L’arte e la sofferenza: il viaggio del NYT nell’Italia colpita dal virus

C’è qualcosa di catartico che unisce le immagini del meraviglioso quanto drammatico servizio fotografico di Fabio Bucciarelli per il NYT, pubblicato il 27 marzo, in uno dei giorni in cui più vite umane sono state perse nel nostro paese. E non parlo solamente del dolore, che fa da filo conduttore a questo tempo bieco, o della paura che ci tiene incatenati ai cellulari, alla ricerca famelica di notizie sulla giornaliera conta dei deceduti. Quelle immagini, che con grande potenza hanno fatto irruzione nelle nostre case, nelle nostre vite, nelle nostre quotidianità, raccontano la storia di un’Italia afflitta, ma dignitosa, impressa in quegli scatti come figura di una moderna iconografia della sofferenza.

L’arte e la sofferenza, il NYT e le foto che hanno fatto il giro del mondo

La dolorosa storia di Claudio Travelli, con la sua intrinseca iconografia cristologica, ci immerge in quel frammento di vita interrotta: un calvario “composto” che partendo da una deposizione dalla croce degna del miglior Caravaggio va in scena nell’intimità di una casa comune, la casa di chiunque, la vita di chiunque. Perché Claudio in quel momento era ognuno di noi e la sua sofferenza simbolo di un’Italia che annaspa alla ricerca di un appiglio economico, scientifico, spirituale.

Il rosso, il blu, il nero, spiccano violentemente in un contesto plumbeo e intriso di morte: alla rassegnazione dei paramedici si contrappone la statuarietà della donna alla sua sinistra, granitica, che fronteggia il momento con dolcezza di moglie nello sguardo e decorosa afflizione nell’animo, che non lascia spazio allo scoramento tipico della Vergine o della Maddalena ai piedi della croce, ma veglia su di lui con la consapevolezza di chi sa che “tutto è compiuto”.

A completare la tetra visione, la gelida vergine sulla parete, con sguardo vuoto e distante, che traccia una distanza siderale tra la terra e un mondo “altro”. È una vergine sola: una soluzione atipica per la famiglia media italiana che, da tradizione, sceglie l’effige della sacra famiglia a benedizione del talamo. Il confortante nucleo familiare qui misteriosamente scompare, quasi a nefasto presagio. Anche qui vi è qualcosa di simbolicamente straordinario: il Cristo non c’è, è già altrove, determinato a portare a termine la sua vicenda terrena; non è più bambino in fasce, ma uomo la cui parabola giunge a compimento con la discesa dalla croce e la conseguente assunzione su di sé dei peccati dell’intera umanità.

Bucciarelli - NYT
Bucciarelli – NYT – Claudio Travelli

Il viaggio terreno di Claudio è quasi giunto a compimento. Lo percepisce la moglie nel secondo scatto, che ancora non cede alla disperazione, perché sa che quelli che rimangono, hanno il compito più arduo, quello di tenere viva la speranza.

Come in un compianto sul Cristo morto di cultura fiamminga, le pie donne si dispongono ai lati con fare ordinato, come se la loro sofferenza fosse una colpa e non dovesse prendere la scena. Pietrificate in un tempo sospeso, forse segretamente in attesa che un intervento divino risollevi le sorti di questa famiglia. E invece, è sceso il buio su tutta la terra e nei loro occhi. Tristi e sole come le donne al sepolcro, le figlie si riscoprono non più tali, ma orfane di un amore insostituibile. Il percorso si conclude, con il trasporto all’ambulanza, sotto gli sguardi attoniti dei vicini, reclusi e distanti. Non c’è resurrezione per loro.

Bucciarelli - NYT - Claudio Travelli
Bucciarelli – NYT – Claudio Travelli

Quella della famiglia Travelli è una storia comune in questi giorni infiniti, è la storia di un’Italia trovatasi impreparata e toccata nei suoi nervi scoperti. È un dolore che agisce come una lama a doppio taglio sulla nostra psiche: può renderci nuovi, si, ma può anche farci regredire. Non sconvolgono le notizie che raccontano di sassaiole contro le ambulanze spagnole che trasportano in altre strutture i malati di Covid-19, perché al male ci si abitua velocemente.

Siamo talmente assuefatti al disumano, che l’umanità e l’empatia diventano lo straordinario nelle nostre esistenze e il coraggio della signora Travelli, uno straordinario caso isolato. Ogni volta che cadremo nella tentazione di calarci nei panni di una rediviva Gestapo, ricordiamoci del volto angosciato di questa donna, delle sue figlie dilaniate e stanche, di questa nuova geografia del dolore che non ha segnato solo il Nord Italia. L’essere “nuovi” non è così semplice, non è frutto di un’equazione matematica. Non cediamo alle spire del male, alla tentazione dell’odio per l’odio, alla consolante individuazione del capro espiatorio: restiamo umani, anzi, torniamo umani.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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