ArteTeca – Giulia Felice, coraggiosa imprenditrice nella Pompei imperiale

Per quelli che trovano il passeggiare tra le strade dell’antica Pompei ben più che uno sport da praticare nei soleggiati pomeriggi oziosi domenicali, non sarà difficile immaginare insieme a me lo svolgersi di una giornata tipo nella ridente cittadina vesuviana, di una donna come Giulia Felice, eroina di questa storia ordinaria e fuori dal comune allo stesso tempo, ricca nobildonna attraversata da velleitari fremiti d’emancipazione. Sembra quasi di vederla, Julia Felix, figlia di Spurio, aggirarsi tra le strade della città attirando gli sguardi interessati di uomini affascinati da un’impeccabile matrona, che con scaltrezza e lungimiranza, era riuscita a trasformare un momento di potenziale decrescita economica in un fiorente business alberghiero.

Quando nel 62 d. c. la terra tremò per la prima volta, dando solo un’avvisaglia della catastrofe imminente, distrusse buona parte dell’abitato e delle attività commerciali, portando con sé un’ondata di problematiche socioeconomiche non indifferenti. Numerosi cittadini pompeiani, ritrovatisi improvvisamente senza un’abitazione, dovettero trovare soluzioni temporanee e immediate: proprio dalla richiesta abitativa partì l’intuizione della nostra Giulia, che dovendo fronteggiare le ingenti spese di restauro del suo vastissimo praedium, pensò all’istituzione in una parte della villa, di un vero e proprio bed and breakfast ante litteram, lasciando invece all’uso personale abitativo la restante parte. Il fondo si estendeva per circa 5800 metri quadrati e presentava, oltre alle sterminate vigne, un meraviglioso complesso edilizio, completo di impianto termale, che la stessa proprietaria definisce venereum (degno di Venere) camere da letto, botteghe di vario genere e un triclinium per i giorni di calura estiva, il tutto completato da uno splendido giardino costellato di statuaria in marmo e fontane zampillanti.

Da Giulia Felice, figlia di Spurio, si fittano a gente perbene, un bagno elegante, degno di Venere, botteghe con abitazioni soprastanti ed ammezzati dal primo agosto prossimoAlla fine del quinquennio la locazione scadrà.

Recita così l’iscrizione ritrovata sulle mura esterne della lussuosa villa (La domus è di grandi dimensioni, ma i 2/3 sono adibiti ad uso agricolo ed è per questa ragione che viene spesso definita in tale modo), uno spot pubblicitario in piena regola che mette in luce, tra le altre cose, una spiccata conoscenza delle strategie di marketing dell’epoca: le iscrizioni sui muri rappresentavano infatti lo strumento più in voga sia nella propaganda politica che nel product placement, diremmo oggi. Un puntuale contratto di locazione quinquennale conclude l’annuncio, posizionato strategicamente in prossimità del balenum, il bagno termale, il fiore all’occhiello dell’intero complesso, per la sua dimensione privata con accessi limitati e per la qualità dei servizi offerti, tali da far impallidire gli stabilimenti pubblici.

Accedendo al portico d’attesa antistante lo spazio termale, era possibile usufruire di un servizio di guardaroba, ingannare l’attesa nelle ore più affollate campeggiando sui sedili in marmo autentico, magari mangiando e bevendo attraverso un passavivande che collegava l’ambiente alla vicina osteria. Giunti allo spogliatoio, non vi era più motivo di esitare: cominciava la celeberrima sequenza di benessere frigidarium-tiepidarium-laconicum (antesignano della nostra sauna) -calidarium che si concludeva con un momento di puro relax in un’area bagni adibita all’aria aperta. Meravigliosi i giardini aperti al pubblico pagante, ispirati alle accademie peripatetiche greche, con una peschiera al centro di un peristilio circondato da eleganti colonne quadrangolari e marmoree, come a creare una sacra interruzione al circuito di ricerca del benessere fisico.

 

Canale d'acqua - PompeiL’euripo, ossia il canale d’acqua posizionato al centro del cortile dedicato probabilmente a Venere, che ricrea uno spazio idillico-sacrale

La condizione della donna in epoca imperiale

Non conosciamo molto relativamente alla dimensione della vita privata di Giulia, che alla pari di molte altre donne coeve, avrà dovuto sfruttare le zone d’ombra della legislazione vigente per poter trovare “la propria voce”: il diritto romano non è certo noto, almeno fino all’età imperiale, per la sua apertura all’idea della presenza femminile nella vita cittadina. Ritenute incapaci di giudizio, vittime di una certa levitas animi che, rendendole inabili al commercio e alla vita pubblica, le relegava a segugi di una figura maschile, nemmeno padrone del proprio corpo e di eventuali gravidanze: questo furono fino all’età repubblicana, in cui qualche cambiamento cominciò a registrarsi, concretizzandosi però solo nella legislazione augustea. Alle leggi in difesa della famiglia tradizionale e dei valori della romanità, si affiancarono infatti disposizioni importanti relativamente alla natalità, che prevedevano la possibilità di emancipazione dalla tutela maschile per le ingenuae (donne nate libere e mai state schiave) che partorivano almeno tre figli, così come per le liberte, con almeno quattro figli all’attivo.

L’impero fornì un piccolissimo spazio di libertà anche attraverso le numerose elargizioni imperiali concesse per lo più a liberti e liberte, cui venivano fornite garanzie senza alcuna distinzione di genere. Ciò avveniva probabilmente a fini propagandistici, ma tali concessioni rappresentarono comunque un’innovazione senza precedenti, che innescò in maniera irreversibile quel processo di miglioramento della condizione femminile. Cominciò a divenire quindi sempre più comune vedere una donna titolare e amministratrice del proprio patrimonio, rendendo il caso di Julia non più uno straordinario unicum, ma una realtà in espansione.

Il processo di sviluppo della resilienza nelle donne parte quindi da molto lontano e con la tenacia della lotta silenziosa alle disposizioni inique, raggiunge importanti traguardi già in tempi non sospetti: quando nel 169 a.C. fu promulgata la Lex Voconia, che impediva alle figlie di ereditare dai cittadini iscritti nella prima classe del censo, queste trovarono degli stratagemmi legali per eludere la restrizione, come una collaborazione lautamente retribuita con uomini appartenenti a classi diverse, che si prestavano a fingersi tutori legali e amministrativi.

La Lex Oppia, per esempio, promulgata nel 215 a.C., impediva alle donne di indossare i propri gioielli, nello specifico di «portare con sé più di mezza oncia di oro». Di fronte alla resistenza di alcune donne, che portò, dopo molti anni, alla sua abrogazione, Catone rispose con spiccata misoginia: «Ciò che vogliono veramente è la libertà senza restrizioni; o, per dirla tutta, il libertinaggio. Ma se vincono adesso, cosa le tratterrà in futuro?».

Le storie di tante Giulia Felice continuano ad emergere da quel pozzo senza fondo che è lo scavo archeologico e quindi la storia in questo paese: donne che reclamano il diritto all’amministrazione delle ricchezze, il diritto all’aborto, il diritto al nubilato, il diritto ad accedere a cariche di pubblica utilità. Esercizi straordinari di resistenza al dolore che sembrano inaugurare una storia millenaria di privazioni, traguardi, scoperte e riscoperte. Alla retorica domanda del censore, sembra oggi un imperativo morale rispondere con fermezza, per onorare la memoria di ogni Giulia faticosamente affermatasi nel mondo: non ci tratterrà niente.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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