ArteTeca – Il “Corpo” di Napoli: una storia d’immigrazione ante litteram

È ancestrale e catartico il rapporto che la città di Parthenope, splendida sirena del Tirreno, sembra aver instaurato nei secoli con le sue acque: bagnano e cullano i suoi amati figli, si fanno mezzo di comunicazione con il mondo, si fanno via di commercio e sviluppo. Ha un valore sacro l’acqua per la città di Napoli e i napoletani ne preservano il culto sin dalla più antica fondazione, nell’VIII sec a.C., per mano delle comunità greche giunte sulle floride e promettenti coste Campane.

Napoli è stratificazione di culture, sedimentazione delle genti venute da ogni dove: sono radici profonde e complesse quelle su cui poggia una città che ha imparato a fare della diversità il suo punto di forza. Ed è proprio una storia di accoglienza e senso di comunità quella che andiamo a raccontare oggi, che partendo dal letto del sacro fiume Nilo, giunge fino alle acque del Golfo benedetto dagli Dei.

Siamo a pochi passi da piazza San Domenico Maggiore, esattamente al centro di quello che nel mondo romano sarà definito decumano inferiore: ecco l’intima piazzetta Nilo, stretta tra palazzi nobiliari di più recente costruzione, che prende il nome dall’omonima statua, posta al centro a memoria storica. È in questo luogo che una piccola comunità di mercanti greco-Alessandrini, quindi provenienti dall’antica Alessandria d’Egitto, si stanziarono con il benestare degli autoctoni, fondando una vera e propria colonia, erigendo templi e venerando nuovi culti.

Un tempio dedicato a Iside, ormai inesistente, una statua dedicata al Dio Nilo, protettore dei commerci e fonte di ricchezza per il popolo egiziano: sono tutti segni di un radicamento ben strutturato, facilitato da un popolo aperto ai valori di condivisione e comunità. È facile immaginare come, anche in questo caso, l’acqua abbia fatto da collante: il Nilo curava e leniva la parte di un territorio altrimenti deserta, guidava e conduceva i naviganti verso il mondo esterno; il Mediterraneo accoglieva le acque di quel fiume e ne accoglieva i viandanti, li custodiva fino a nuova ripartenza.

È il mondo che si sono lasciati alle spalle quello rappresentato e venerato nelle forme del Dio Nilo, che rigoglioso e trionfante svetta su un piedistallo in marmo mentre sembra allattare dei puttini, accompagnato da una sfinge, simbolo di protezione per eccellenza per la cultura egizia. Decapitate e sfregiate negli anni d’egemonia dell’Impero Romano, entrambe le figure persero il proprio valore e la propria storia divenendo la base di creativi aneddoti popolari: è così che nasce il racconto del “Corpo di Napoli”, dove il corpo del Nilo diviene quella di una donna, di quella sirena che incarna lo spirito della città, di una terra che nutre e protegge i suoi affamati figli.

Un’interpretazione forse lontana dalla realtà storica, ma abbastanza vicina alle volontà dei suoi creatori: l’acqua assume la stessa sacralità del fiume egiziano, arriva addirittura a personificarsi in una divinità prima, in una madre amorevole poi. È un segreto antico e sempre attuale, quello che accomuna egizi e greci della prima ora, quello che accomuna gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo: bisogna farsi acqua, scorrere fronteggiando le avversità, prendere forme sempre diverse e approdare sempre a nuovi lidi.

avatar

Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *