ArteTeca – La transavanguardia italiana: tra parole nuove e “genius loci”

Quando si parla di “eterno ritorno dell’uguale”, polverose nozioni di filosofia scolastica riaffiorano alla mente in maniera casuale, portando più confusione di quella che dovevano risolvere. Eppure basterebbe poco per rendere la Storia una vera magistra vitae, per imparare da essa non tanto a trovare soluzioni, quanto ad individuare le giuste chiavi di lettura per interpretare le evoluzioni e i cambiamenti del mondo che ci circonda.

Travolti dall’inesorabile meccanismo dei corsi e ricorsi storici, gli artisti di ogni tempo si sono riscoperti nient’altro che uomini sballottati tra i flutti di un’evoluzione in tempesta, riuscendo quasi mai a prevedere, indirizzare o educare (come spesso si convincono di fare), ma solo a rincorrere, comprendere, interpretare.

Sprovvisti di nuove parole, al palesarsi di un cambiamento, se ne mettono alla ricerca: e allora nascono avanguardie di varia natura, rotture e ricomposizioni, perdite di senso e valori, colori che non possono più esprimere, frasi che non possono più raccontare.

All’alba degli anni 2000 (ma in realtà è un discorso valido per ogni epoca di transizione), gli artisti contemporanei si sono trovati a confrontarsi con una fortissima crisi comunicativa, nuova nelle forme, ma antica nei contenuti. Se il medium diveniva più complesso, arricchendosi di una strumentazione articolata (dai pc agli smartphone, e via dicendo), il problema dell’incomunicabilità dell’arte rimaneva pressoché identico, se non peggiorato dal fatto di doversi confrontare con la società “liquida” postmoderna, che tanto ha fatto rimpiangere agli artisti quel bel mondo delle forti contrapposizioni ideologiche.

Quel mondo era stato dolorosamente abbandonato dagli artisti alla fine degli anni ‘70: si vedono investiti da una fortissima crisi epistemologica che si paleserà in ogni ambito, da quello sociale a quello artistico, perdendo per sempre quell’ordine sovrastrutturale che per anni li aveva protetti. Il panorama non sembra assolutamente rasserenante, e quella prospettiva di crescita dinamica ed esponenziale raccontata tra gli anni ’50 e ’60 subisce una brusca frenata a seguito del crollo rovinoso dell’ideologia, fino ad ora motore inarrestabile delle numerose evoluzioni sociali.

Alla fine di questo “Darwinismo linguistico” non può non accompagnarsi anche la fine dell’idea dello sviluppo lineare dell’arte, che invece vive nei contraccolpi della storia e sente la necessità di una nuova rivoluzione che guidi l’uomo postmoderno tra le insicurezze del nostro tempo. Quest’uomo è quindi allo stesso tempo un tradito e un traditore: ha abbandonato le certezze perché tradito da esse; guarda il mondo e non l’accetta, vorrebbe cambiarlo ma non agisce e vive tutto come riserva mentale. Il traditore vive in una posizione di ‘lateralità’, ci disse in un illuminante scritto il critico Bonito Oliva. Quando il reale diviene insopportabile, inconoscibile, imperscrutabile, l’unica possibilità rimasta all’artista è quella del ‘contorcimento’, del ripiegamento su sé stesso e sulla ricerca personale.

Quando Achille Bonito Oliva pubblica “L’Ideologia del traditore”, l’arte italiana è nel pieno della sindrome: si sente vittima, si sente carnefice, è inquieta, è alla ricerca. Sente la necessità della “transavanguardia”, ossia di superare il feticistico adeguamento dell’arte contemporanea alla scienza moderna, non per una volontà di prescientismo o primitivismo ideologico, ma per ritrovare l’istinto e l’istantaneità dell’opera. L’artista contemporaneo è stanco dello sperimentalismo estremo, incapace ormai di parlare all’uomo moderno. E se l’avanguardia non si misura più in sperimentazione, si possono allora recuperare i codici linguistici da sempre in uso nella storia dell’arte, gli unici secondo i transavanguardisti, in grado di farsi viatico della conoscenza: la pittura, la scultura.

Recupero della manualità quindi, del disegno, della pittura capace di ridare testimonianza all’artista come soggetto, dopo anni quaresimali di arte concettuale, che aveva sottratto al soggetto la possibilità di rappresentarsi. Un nomadismo culturale, che attraverso l’uso della memoria e il recupero degli stili del passato (intendendo per passato non solo quello remoto, ma anche quello immediatamente precedente), conduce ad un eclettismo stilistico nuovo.  Il termine Transavanguardia va quindi inteso nel senso della transizione, che possa portare l’artista a vagare tra le epoche storiche senza dover sottostare a nessuna etichetta artistica o condizionamento della critica; un processo di riscoperta delle radici ataviche che viene esemplarmente definito dai tedeschi in termini romantici, riscoperta del “genius loci”.

L’altare della parrocchia di San Giovanni Battista a Gragnano

È a questo tipo di ricerca che volge il suo sguardo uno dei maggiori attori di questo complesso periodo di cambiamento, Mimmo Paladino. Quella dell’artista beneventano è una progressiva presa di coscienza che nasce in quegli anni e gradualmente si dirama ed esplora percorsi antichi ma ormai quasi sconosciuti ad un mondo proiettato nel futuro e immemore del passato. La sua operazione artistica è una continua riscoperta della radice, della Natura generatrice e sovrana, che si mostra e si incarna per mezzo del simbolo. Paladino ritrova la sacralità perduta delle forme, quasi sempre nell’immagine di un segno puro o una linea netta, a sottolineare un prepotente ritorno dell’essere dopo numerosi anni in cui la ricerca sembrava essersi assestata sull’idea, sul concetto.

«Il mio lavoro non ha mai avuto la necessità di stupire e di provocare, perché provocazione e stupore sono nella magia del segno o della installazione o dell’opera», racconta Mimmo Paladino spiegando il suo intervento all’ interno della chiesa di San Giovanni Battista a Gragnano. «Non c’è necessità – continua l’artista – se non in alcuni momenti della storia come nel periodo delle avanguardie, di uscire per smuovere, provocare, rompere. I nostri tempi non ci consentono più questo perché non ce n’è necessità. Penso piuttosto che ci sia necessità di riflessione, di approfondimento, di tempi più lenti, anzi di frenare invece che correre».

È il tempo della riflessione, della meditazione, del silenzio. Per questa ragione, tra le tante opere del maestro della Transavanguardia, ho scelto lo spettacolare altare in pietra e marmo dalle sagome geometriche, rigide e asimmetriche, realizzato per la Chiesa di San Giovanni Battista a Gragnano, grazie all’illuminato intervento del visionario parroco Don Aniello Pignataro. La mia scelta è ricaduta su quest’opera colpevolmente poco conosciuta dell’artista, non solo per motivi di “orgoglio territoriale”, ma per l’importante ricerca artistica e intimistica che cela dietro tratti decisi e forme taglienti.

Sotto l’imponente lastra marmorea, un’epifania di simboli mistici e ancestrali si mostra al fruitore: quel tratto stilizzato, ormai cifra linguistica dell’artista di Paduli, ci rende spettatori della storia della salvezza, messa in scena in pochi atti.

Alla rassicurante immagine atemporale del pane spezzato per la comunità dei fedeli nella fronte anteriore, si contrappone la turbolenza e la dinamicità della facciata posteriore, dove si consuma il dramma. In un bosco fitto di rovi ardenti, si staglia la luce della rivelazione, che è visibile al principio di questo percorso di fede al solo pastore: sarà suo compito raccogliere la parola divina e renderla “pane” per i fedeli. Come un novello Mosè sul monte Oreb, Paladino interpreta il ruolo del pastore di anime come vero e proprio strumento, viatico per il raggiungimento della terra promessa. Sarà lui ad attraversare i rovi del tormento interiore, a ritrovare la verità e a renderla visibile al suo popolo in cammino.

Le linee, comunque asimmetriche, i colori, i simboli utilizzati sulla facciata frontale appaiono ancora rassicuranti; sembrano rimandare ad un mondo ancora familiare, conosciuto. Fanno riferimento a un patrimonio condiviso, che sembra abbracciare e non interrogare. Ma cambiando di poco la prospettiva, ecco il rovo ardente della fede, la fiamma accesa nel cuore del sacerdos, vicario speciale di cristo in terra. In occasione della presentazione dell’altare al pubblico Paladino affermò: «in quest’opera ho voluto descrivere la mia interpretazione personale del cammino di fede, con un popolo di oranti speranzosi, da rincuorare, e un pastore che nel tentativo di cullarli tra braccia sicure, si fa carico di tutto il dolore, tutto il tormento dell’essere cristiano in primis; ma anche dell’essere guida e strumento allo stesso tempo.»

Il movimento diventa spezzato e convulso, l’intreccio si fa spasmodico e oscuro. All’interno di questa selva l’unica salvezza è quella timida croce che si staglia al centro: Via, Verità e Vita, appunto. In questo viaggio all’interno della cristianità, non poteva certo mancare la ripresa di un’antichità mitica e popolare contemporaneamente, segno del suo passaggio e dello studio storico messo in atto in questa provincia napoletana. Con l’uso del suo magistrale tratto primordiale si staglia su una delle due fronti laterali un San Sebastiano (Santo patrono di Gragnano) in balia delle frecce assassine, ma metaforicamente in balia di un’umanità che sa essere vittima e aguzzina all’occorrenza. Il cammino si conclude con la “fonte d’oro di vita”, promessa di felicità eterna e profluvio di grazia.

Un sistema di segni quindi che rassicura e inquieta nello stesso tempo, che esprime tutto il bisogno di trascendenza e il potenziale magico dei simboli della tradizione religiosa popolare. L’ altare è il luogo del sacro in cui si materializza il desiderio di Assoluto; e la cristianità si serve dell’arte per stabilire questo contatto. In un’era in cui prevale la frenesia del possesso e della merce, Paladino sottolinea la perdita e la necessità della spiritualità, che passa attraverso la riscoperta del rito e del simbolo: l’artista se ne riappropria, li rielabora, li rende nuovi pur rimanendo ancestrali nella forma. Nella lentezza dello studio e della riflessione, è finalmente possibile ritrovare una nuova umanità.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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