ArteTeca – L’irriproducibilità del male nell’opera di Alfredo Jaar

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”

Recitavano così i potenti manifesti esposti tra le strade di Roma nell’aprile del 2019, facenti parte della mostra patrocinata dal MAXXI (che aveva l’intento di portare l’arte dalla strada ai padiglioni museali), opera di un collettivo composto da artisti come Jeremy Deller, Robin Rhode e Alfredo Jaar, autore per l’appunto delle provocatorie affissioni. Parafrasando un celeberrimo passo tratto dai Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, Jaar cercò di accendere i riflettori non solo sulla crescente dilagazione dei movimenti nazionalisti e populisti, ma anche sulla difficoltà comunicativa della società contemporanea, continuamente in lotta con sé stessa per trovare parole nuove capaci di affrontare vecchi problemi.

È ben chiara al giorno d’oggi l’importanza delle parole: quelle dette, quelle non dette, quelle urlate sguaiatamente in televisione a favor di camera e quelle sospirate in un rantolio di sofferenza, come l’assordante “i can’t breathe” che da giorni tormenta le nostre coscienze. Queste parole, pronunciate negli ultimi istanti di vita concessi a George Floyd, ucciso per soffocamento da un’intera squadra di polizia (è bene ricordarlo, che nessuno di loro si senta escluso da quella barbarie), sono immediatamente diventate un inno alla libertà che ha infiammato i cuori d’America e del mondo. La tempesta perfetta lavora ai fianchi gli Stati Uniti, stremati da una profonda crisi, culturale ed economica, cominciata ben prima del palesarsi del virus, ma travolge come un’onda anomala tutti i disagiati di un mondo malato e li unisce in un corpo solo, ferito e umiliato.

L’immagine dell’agonia di George Floyd ha scosso il mondo, bene, e verrebbe da dire: finalmente. Forse finalmente ci siamo riscoperti umani, finalmente abbiamo smesso di essere assuefatti al dolore, finalmente ci siamo risvegliati da quell’anestesia emotiva per cui un barcone di disperati che muoiono annegati sotto i nostri occhi diventano nient’altro che mangime per il nostro mostro interiore, ossia quella parte che i “cattivisti” del nostro tempo definiscono “buonsenso”. Sono anni che consideriamo ingenti catastrofi umanitarie come notizie da relegare all’angolo in basso della pagina di cronaca (ma non nera, sia mai che si parli di omicidio in questo caso) e sono anni che invece di chiedere un intervento serio e coatto sul salvataggio, sui programmi di integrazione e smistamento (si perché, che ci crediate o no, la maggior parte di loro non vuole nemmeno rimanerci nel famoso Belpaese, ma ricongiungersi con familiari nel resto d’Europa) da parte dello Stato, finiamo per ridurre la spinosa questione ad un “noi contro loro”, i bianchi buoni e civilizzati contro i neri invasori e violenti.

La graduale perdita di potere delle immagini e la pratica della normalizzazione del dolore sono alla base della ricerca cominciata nel 1994 dall’artista cileno Alfredo Jaar che in veste di fotografo decise di documentare uno dei genocidi più cruenti e ignorati del nostro tempo: quello del Rwanda, dilaniato da una guerra intestina basata su una distinzione razziale infondata e inventata di sana pianta dal potere coloniale belga al fine di conservare il controllo del territorio. Le tragiche testimonianze raccolte dall’artista però, con sua grande meraviglia, non fanno alcuno scalpore nel mondo occidentale. Nessuno era interessato ad approfondire quell’abominio e meno che mai a raccontarlo in un percorso museale: lo strazio di quei corpi agonizzanti non aveva mercato nel mondo “civilizzato”.

Come fare a raccontare qualcosa che nessuno aveva intenzione di ascoltare? E soprattutto, come narrare l’inenarrabile?

Lament of the Images
Lament of the Images di Alfredo Jaar, 2002, in esposizione alla Galleria Lia Rumma, Milano, 2018

Anni di riflessione ed elaborazione servirono a Jaar per metabolizzare quel dolore e per trasformarlo in una delle operazioni artistiche più sentite della sua carriera: Lament of the Images. Una struggente elegia muta, che compiange la fine del potere delle immagini intese come medium comunicativo e la definitiva dipartita dell’empatia, che in ultima analisi altro non è che la morte dell’umanità stessa. Bombardati dalla rappresentazione del male in tutte le sue forme, abbiamo gradualmente smesso di riconoscerlo, di distinguerlo, di isolarlo. Al male ci si abitua velocemente, ci dice Jaar, come a volerci scuotere dal torpore di un collettivo sonno della ragione, ci immerge in una simbolica oscurità, prima di trascinarci violentemente dinanzi alla luce della ragione. Attraversato un percorso buio e privo di riferimenti ci ritroviamo accecati da un fascio di luce che stranamente non tranquillizza, anzi inquieta: ci ritroviamo nudi, improvvisamente consapevoli. Siamo colpevoli, siamo poveri, siamo svuotati; abbiamo taciuto, abbiamo chiuso gli occhi e li chiudiamo ancora, d’istinto, per evitare le evidenze, per scansare la verità.

Due le versioni esistenti di uno stesso percorso di ricerca: la prima, presentata a Documenta 11 nel 2012, che da un percorso immerso nel buio pesto conduce all’incontro con un accecante schermo luminoso che nega la visione, e la seconda, realizzata per la Tate Modern di Londra ed esposta temporaneamente alla Galleria Lia Rumma di Milano nel 2018, dove si contrappongono due tavoli luminosi (quelli utilizzati per visionare i negativi fotografici), la cui luce accecante rivela la totale assenza di immagine. In entrambi i casi Jaar sceglie di dare voce al vuoto e il bianco, ossia l’insieme di tutti i colori esistenti, diventa paradossalmente la negazione stessa del colore e delle forme. Quando la sofferenza è inenarrabile, non esistono forme in grado di rappresentarla.

La poesia di una visione negata, ma solo percepita e immaginata, si inserisce in un processo di coscientizzazione del male che l’artista cileno porta avanti da anni nel suo lavoro. Il lamento delle immagini “scomparse” è un personale compianto che spera di trasformarsi in opera “corale”: Jaar non vuole rinunciare al suo impegno sociale e in virtù di questo, non può cedere alla tentazione del cinismo. L’umanità può rinascere ancora e ancora.

Il grido di dolore di Floyd, come quel fascio luminoso, ha squarciato il velo di Maya, ha ridonato una visione che non è ottica, ma morale. Ora che le nostre coscienze intorpidite sembrano risvegliate, dobbiamo proseguire: abbiamo cominciato la salita, non fermiamoci a metà della scalata. Teniamo aperti gli occhi e pronto il cuore.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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