ArteTeca – Lookdown, l’insostenibile leggerezza dell’arte contemporanea

Piazza PlebiscitoÈ con un neonato rannicchiato in posizione fetale al centro della monumentale Piazza del Plebiscito, sbozzato da un enorme blocco di marmo bianco, che si è risvegliata la città di Napoli all’alba del 5 novembre. I cittadini si sono immediatamente divisi tra chi grida al capolavoro e chi, perplesso, parla dell’ennesimo coup de théâtre di Jago Artist, al secolo Jacopo Cardillo, l’artista 33enne di Frosinone già salito agli onori della cronaca artistica per altri famosi interventi quali “il figlio velato”, donato al capoluogo campano in omaggio al celeberrimo Cristo realizzato da Giuseppe Sammartino per la Cappella Sansevero.

La sua è una carriera che parte da un traguardo travestito da fallimento: subisce un forte ostruzionismo da parte dei docenti dell’Accademia delle Belle Arti di Frosinone da arrivare alla conclusione di abbandonare gli studi: non apprezzano il trambusto mediatico intorno alla selezione di una delle sue opere per la 54esima Biennale di Venezia del 2010. Viene scelto, infatti, da Vittorio Sgarbi un mezzo busto raffigurante Benedetto XVI, nudo, avvizzito dal tempo e orante, dal titolo “Habemus Hominem”, che dona all’allora 23enne fama indiscussa, ma anche grane nei suoi rapporti con il mondo artistico italiano.

Vola quindi a New York, apre uno studio a Long Island e mette a punto una cifra stilistica già perfettamente riconoscibile nei primi anni di carriera: con un metodo di lavoro che ricorda i grandi del Rinascimento, dà vita a una produzione scultorea notevole, preparando esposizioni, vincendo premi e quasi sempre associando alle sue opere progetti di ricerca o spunti di riflessione legati al contesto di riferimento dell’opera. Jago è un artista che fa fatica a definirsi “street artist” perché sa bene che le etichette aiutano a fare carriera, ma allo stesso tempo ingabbiano e uccidono il processo creativo. E Jacopo non è uno che ci sta a farsi racchiudere in definizioni stantie e anacronistiche, prodotte da un mondo di cui sfida l’autorità da sempre, nonostante sfoggi una maniera artistica fortemente accademica (che non è necessariamente una connotazione negativa, attenzione).

C’è l’idea dell’arte come laboratorio di vita alla base della sua operazione artistica, intesa come fucina non solo di prodotti creativi in senso stretto, ma di idee, di conoscenza e di consapevolezza del patrimonio “genetico” che certi posti portano con sé. Nasce su queste fondamenta il sodalizio con Napoli, una città che offre un’identità “radicale” e pesante, ma allo stesso tempo terreno fertile di crescita e naturale predisposizione alla “stratificazione”. Sceglie l’ormai iconico Quartiere Sanità, recupera la semiabbandonata chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi sita nel borgo Vergini e la rende il suo attuale laboratorio, aperto ai ragazzi del quartiere, spesso coinvolti in attività ricreative ed educative, grazie anche al fondamentale supporto di Don Antonio Loffredo, parroco e riferimento “culturale” della zona.

È proprio partendo dalla consapevolezza del grande lavoro di ricerca che solitamente accompagna le opere dell’artista che molti hanno espresso perplessità relativamente alla grossa operazione notturna, trasformatasi quasi in un happening, che ha visto protagonista la sua ultima opera, per l’appunto, lookdown. Un bambino dal valore stimato di quasi un milione di euro, ancora legato alla terra da un cordone ombelicale in ferro, è stato abbandonato in una delle principali piazze della città al fine di invitare i passanti a “guardare in basso”, ai piccoli e agli indifesi, alle vittime silenti di un sistema-paese in affanno.

Un invito a “vedere gli invisibili” spiega l’artista, a notare quello che solitamente ignoriamo: le povertà tutte nelle forme di un bambino. Un intento nobile, sicuramente, un fotogramma dal forte impatto visivo, che rischia però di essere solo questo: un’immagine dalla forte carica emotiva che irrompe sul palcoscenico cittadino per fornire lo scatto perfetto all’instagrammer di turno. Fatte salve le buone intenzioni dietro l’intera operazione artistica (rinvigorire il senso di comunità? Aiutare gli ultimi?) che comunque nulla tolgono e nulla aggiungono né alla sua ricerca in ambito artistico né al suo novello ruolo di “promotore” di attività nel sociale, viene da chiedersi quale volesse essere il fine ultimo di un gesto sponsorizzato dal suo ufficio stampa (bene, c’è da sottolinearlo!) come anticonvenzionale e di rottura, ma che sembra nei fatti essere riuscito solo nell’intento di far parlare di sé, di aumentare le proprie quotazioni e i followers sui social.

Allo stesso tempo, lungi da me unirmi al coro snobistico di una certa “classe intellettuale” napoletana e non, che ha urlato allo scandalo per la banalità e “spendibilità commerciale” di questo episodio: il mondo si muove, sia fuori che dentro il digitale, ma soprattutto dentro. Pensare di tagliarsi fuori dall’evoluzione naturale della comunicazione, significa morire e seppellirsi nella fossa della propria arroganza piccoloborghese. Una vera riflessione andrebbe fatta sui contenuti: oggi tutti ne creano di nuovi e tutti hanno la pretesa di arrivare alla gente, ma pochi sembrano porsi davvero il problema di comunicare qualcosa che vada oltre le belle forme e i filtri socialmente accettabili.

Quante volte, nell’esplorazione del web, ci si imbatte in artisti del digitale che sembrano macchiettisticamente ripetere forme ripescate dai favolosi anni ’80 e ‘90 e ormai prive di contenuto? Quante volte le stesse istituzioni museali tentano di stare al passo con i tempi utilizzando strumenti a loro completamente sconosciuti (non ultimo, l’episodio degli Uffizi alle prese con tik tok) finendo per ridicolizzare un medium di fondamentale importanza nella costruzione di un rapporto con il pubblico “giovane”?

La risposta a queste domande è una ed è uguale per tutte: bisogna conoscere lo strumento per massimizzare i risultati possibili e bisogna conoscere gli obbiettivi, per far si che i messaggi non arrivino travisati al grande pubblico.

Tornando al caso Lookdown, Jago ha mostrato di conoscere bene i propri mezzi e di saperli utilizzare: spiace solamente vedere che il fermento creato da un’idea, potenzialmente buona, sappia ad oggi di occasione di ricerca “persa”. Chi scrive spera presto di tornare a parlare della qualità scultorea, del mordente polemico e dell’importanza, anche sociale, dei suoi progetti artistici e non solo dell’ultima clamorosa trovata.

L’arte contemporanea ha un disperato bisogno di riappropriarsi della cassa di risonanza che l’etere le fornisce, trovando la propria voce, le proprie parole e cercando di evitare di scadere in una sterile ricerca di “sensazionalismi”.

avatar

Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *