ArteTeca – Santa Maria di Donnaregina: una perla nel cuore di Napoli

Mi piace pensare che tra le numerose teorie sullo sviluppo umano, la più veritiera sia la teoria ecologica, sviluppata dallo psicologo americano Urie Bronfenrrenner, che vede l’uomo come la risultante di una stratificazione di input esterni che agiscono sulla sua personalità, modellandola e condizionandola in modo irreversibile.

Stando a questa teoria, non saremmo condizionati nel vivere unicamente dalla situazione familiare, scolastica o sociale, ma anche dall’ambiente e dalla sedimentazione storica delle nostre città d’appartenenza, che entrano a pieno titolo a far parte della formazione globale dell’individuo.

Possiamo dirci allora in buona misura fortunati, essendo noi Italiani figli di una cultura variegata e millenaria, complessa e meravigliosa sotto numerosi punti di vista. Per i figli del vesuvio poi, il discorso si colorisce di una relazione viscerale con il territorio, che non fa da semplice cornice alla vita quotidiana, ma diviene parte integrante di un certo modo d’essere napoletani.

Siamo l’illuminata e avveniristica monarchia aragonese, siamo le eleganti forme dell’architettura angioina, siamo lo splendore del rinascimento napoletano, dei palazzi nobiliari, del meraviglioso rigoglio barocco, che tra stucchi e ori, fa capolino in alcune delle più belle chiese della città, spesso poco conosciute o con grande stupore riscoperte da avventori occasionali e ignari frequentatori del capoluogo campano.

Rientra a pieno titolo in questa categoria il complesso museale di Santa Maria di Donnaregina, immerso nel cuore della popolata via Duomo e alle porte dell’affollato e rumoroso quartiere di Forcella. Ad oggi è sede del museo diocesano della città, raccogliendo nel suo complesso oltre alla chiesa vecchia e nuova, anche una ricca pinacoteca con opere provenienti da numerose chiese della città, messe in sicurezza in seguito al terribile terremoto dell’Irpinia nel 1980.

La storia di questo complesso è molto simile a quella di tanti altri siti della città: è antica, stratificata e splendidamente legata al territorio. Le tracce di un primo ordine religioso vissuto nella struttura conventuale risalgono all’VIII secolo, ma il grande successo della chiesa cominciò di pari passo con l’affermarsi della dinastia angioina a Napoli, che la rese sede perfetta per l’espressione della devozione al francescanesimo della casata e allo stesso tempo, prova fisica del potere e della presenza di un nuovo potere politico sulla città e nella città.

È proprio grazie all’opera di Carlo II d’Angiò, detto “lo zoppo”, e in particolare della sua consorte Maria d’Ungheria che Donnaregina trova una nuova vita dopo le distruzioni subite in seguito ad un terremoto verificatosi nel 1293. La regina palesò sin dal suo arrivo il particolare legame con l’ordine francescano, di cui avrebbe voluto far parte come consacrata se non fosse stata “chiamata” ad essere il fondamentale anello di continuazione della dinastia reale. La giovanissima Maria risiedette spesso nel convento, abitato da clarisse, tanto da avere una sua celletta personale per soggiorni prolungati; visse vita frugale, fece la carità, servì pasti caldi spalla a spalla con le monache, diventò velocemente la Regina dei napoletani entrando stabilmente nei loro cuori. Proprio per tale ragione chiese espressamente di essere sepolta all’interno della chiesa che tanto aveva amato in vita e dove attualmente ancora risiedono le sue spoglie mortali, avvolte dallo splendido monumento funebre, di marca evidentemente gotica, eretto dal senese Tino di Camaino e dal napoletano Gallardo Primario, artisti che Maria stessa richiese per la costruzione.

La struttura dell’antica chiesa è un’evidente trasposizione del gusto francese portato dai regnanti e ben mescolato con le preesistenze cittadine. La spiccata regolarità delle vertiginose linee verticali, gli archi acuti e le ogive che li coronano, gli enormi finestroni che svuotano le masse, sono tutti elementi che sottolineano e ricordano evidentemente una tradizione architettonica e culturale che mai avrebbero abbandonato, quella dello spettacolare gotico d’oltralpe.

La decorazione della chiesa trecentesca, in particolare quella dello spettacolare coro, lascia di stucco il visitatore convinto di entrare in una chiesa parca di decorazioni: una teoria di angeli nunzianti e profeti dell’apocalisse accompagnano il mastodontico giudizio universale della controfacciata la cui particolare impostazione verticale è dettata dai lunghi finestroni in parete, scandendo così un ritmo nuovo nella rappresentazione tipica di quella iconografia; ai lati si dispongono scene della vita di sante martiri, con particolare riguardo verso la figura di Santa Elisabetta d’Ungheria, zia e modello di vita nella fede per la regina Maria. Spiccano al culmine delle ogive tra gli archi delle navate le bandiere angioine e ungheresi, quasi come un imprimatur lasciato dal potere politico e rimangono, ad oggi, poche tracce di quelle che dovevano essere le decorazioni nelle pareti lungo le navate.

La campagna decorativa della chiesa vecchia di Donnaregina si protrasse per almeno dieci- quindici anni, condotta da artisti di grande fama, di scuola giottesca, come Pietro Cavallini e Filippo Rusuti, iniziando presumibilmente intorno al 1318 (data in cui è attestato il primo pagamento da parte di Carlo II d’Angiò alla bottega di Pietro Cavallini). I primi ad essere eseguiti furono gli affreschi lungo la navata, ma i saggi di pittura più estesi e ad oggi meglio conservati sono quelli situati nella zona claustrale della chiesa, il coro delle monache, luogo negato ai fedeli e riservato esclusivamente all’ordine monastico.

Attualmente, l’ingresso al complesso avviene attraverso la cosiddetta chiesa nuova, il sontuoso edificio 600esco eretto letteralmente a ridosso della chiesa madre e poi separato da essa con una rischiosa e mastodontica opera ingegneristica messa in atto agli inizi del ‘900, che ha portato alla distruzione di una parte del coro antico, prontamente ricostruito “in stile”.

Donnaregina nuova appare come un’epifania dopo aver scalato il ripido scalone in piperno: tripudio del barocco napoletano, si mostra d’impatto e in una visione unica, pur presentando una grande complessità di elementi al suo interno. Perfettamente in linea con le norme controriformistiche, nell’unica navata con cappelle laterali è possibile saggiare un piccolo e variegato pezzo del gusto napoletano del ‘600, dove ai ricchissimi stucchi decorativi si alternano le pregevoli tele degli artisti figli della città: Luca Giordano, Francesco Solimena, e tanti altri iniziatori e prosecutori di quella grande tradizione artistica e pittorica che ha contraddistinto la Napoli dell’epoca.

Tanto altro si discopre agli occhi del fruitore che sceglie di intraprendere una visita al complesso, immerso gradualmente in un viaggio all’indietro nella storia, fino a giungere alla riscoperta di quelle origini che ci definiscono come popolo e ci donano un’identità preziosa. vero e proprio viaggio di riscoperta della cultura di una comunità che passo dopo passo diviene un processo di ricongiungimento con il proprio io più ancestrale. A parere di chi scrive, diventa difficile riassumere un’esperienza intensa ed emozionante in poche righe. Resta solo da dire: vedere per credere.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

One thought on “ArteTeca – Santa Maria di Donnaregina: una perla nel cuore di Napoli

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    23/07/2020 in 09:23
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    Ciao Annarita,con le tue parole mi hai fatto venir voglia di rivedere questo nostro gioiello artistico.Buon lavoro.

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