ArteTeca – Un Botticelli a Gragnano: l’incredibile storia della Madonna scomparsa 

È una storia negata quella che andiamo a raccontare, una storia potenzialmente ancora da scrivere eppure taciuta e trascurata per anni.

È ancora una volta una storia legata alle ricchezze del nostro territorio e ancora una volta parliamo di difesa e salvaguardia, invece che di promozione e tutela. Ancora fermi al palo, a proteggere da noi stessi un patrimonio storico artistico di cui dovremmo essere genitori accorti, figli devoti. Un leit motiv ricorrente nei racconti sulla nostra terra e una litania quasi estenuante per quella parte di popolazione stanca di maledirsi, pur essendo “benedetta da Dio”.

Parliamo di una splendida quanto misteriosa opera raffigurante la Vergine in trono col bambino, la “Madonna delle Grazie” riconosciuta, datata intorno al 1470 e attribuita al maestro del Rinascimento fiorentino, Sandro Botticelli, dall’ex soprintendente alle Gallerie Campane, il prof. Raffaello Causa.

È proprio nella lunga scia di rappresentazioni mariane dell’artista che risulta possibile collocare un’opera straordinariamente giunta nella periferia al confine tra la città di Gragnano e Castellammare di Stabia, in seguito a una lunga serie di peripezie, per poi finire definitivamente nell’oblio.

La storia dell’opera, avvolta dal mistero, sembra avere radici lontane e legate all’avvento a Napoli della corte Aragonese. Una delle tradizioni più accreditate racconta di una commissione fatta eseguire da re Alfonso II d’Aragona in persona, che volendo premiare alcuni dei suoi più fedeli collaboratori con donazioni terriere e beni di ogni genere, diede ordine di realizzare l’opera. Pare che al consigliere e mercante Mirobello, uno dei più amati, toccasse non solo la splendida tela, ma anche la gestione dei fondi nell’antica via Nocera, ossia la strada che collegava (e collega tutt’ora) l’hinterland stabiese con la città di Nocera inferiore, per l’appunto, realizzata in epoca romana come fondamentale snodo viario per scambi di natura economica.

Non sappiamo ad oggi quanto sia storicamente accertata la narrazione di una committenza reale, ma certo è l’impegno della dinastia aragonese alla promozione delle arti e accertata è la propensione ad un mecenatismo artistico, che tanto avrebbe cambiato il volto di Napoli, donandole la sua facies rinascimentale.

L’opera subirà nei secoli numerosi passaggi di mano, ad oggi ancora poco chiari, pur rimanendo nel territorio; le sue tracce si ritrovano quando, nel 1902, la vendita di un fondo gentilizio di proprietà Bisaccia, le fa tornare alla luce. La proprietà passa nelle mani della famiglia Somma, che con grande devozione coltiva e rinvigorisce il culto della Sacra Vergine, rifiutandosi anche di procedere alla vendita della tela che cominciava a far gola agli occhi più attenti.

Ma le disavventure della nostra Vergine non hanno avuto storia breve: pare sia stata salvata in extremis da un contadino del luogo dalle fiamme di un incendio che colpì la cappella in cui era conservata, facendo poi perdere completamente le sue tracce. Ad oggi poche e confuse notizie la vogliono nelle mani di un facoltoso collezionista privato della zona di cui rimane sconosciuta l’identità.

La grazia, lo spirito, il moto: l’inimitabile ricerca del genio del Rinascimento

Risulta di vitale importanza, qualora ci si voglia inoltrare nell’analisi dell’opera artistica di Alessandro Filipepi detto il Botticelli, partire dall’individuazione di alcuni fondamentali criteri valutativi da cui è impossibile prescindere.

Il tema della rappresentazione o della riproduzione, per dirla in termini tecnici dell’espressione dei valori plastici, è completamente estraneo all’artista, che appare invece lungo tutta la sua carriera maggiormente interessato e quasi ossessionato dall’idea di comunicare valori incorporei, di esprimere l’idea del tocco, del movimento, l’eterea inconsistenza dell’essere non concentrandosi sulle forme. Ogni riferimento materiale doveva trasformarsi, nella poetica Botticelliana, nella rappresentazione di esso, nella “ricerca della quintessenza”, scriverà lo storico dell’arte Bernard Berenson.

“Prendiamo … le linee che esprimono il palpito della chioma, lo svolare dei panni o la danza delle onde, nella Nascita di Venere: prendiamo queste linee per sé stesse, in tutta la loro forza di eccitare il nostro senso del movimento; e che cosa abbiamo? Puri valori di movimento, astratti, svincolati dal rapporto con qualsiasi rappresentazione. Tale genere di linee, costituendo la quintessenza del movimento, possiede — come gli elementi essenziali di ogni arte — la facoltà di eccitare la nostra immaginazione, direttamente comunicando la vita.”

  1. berenson,The Italian Painters of the Renaissance, 1896.

Non è quindi fuga dal reale, ma ricerca del suo nucleo più profondo, essenziale, veritiero. Il reale non va rappresentato, ma va letto, compreso e interpretato. Puri valori di movimento comunicano la vita in tutte le sue forme, dal moto alla stasi, dalle evanescenti rappresentazioni del mito alle diafane apparizioni di Vergini in trono.

Grandi affinità presenta l’opera in questione con alcuni dei suoi accertati lavori giovanili, come l’iconica Madonna del Roseto, conservata agli Uffizi, di cui sembra ripetere l’etereo panneggio, la delicatezza del tratto e la dolcezza delle linee, oppure la rappresentazione della Fortezza, una delle sette virtù realizzate per il Tribunale della Mercanzia, sito in Piazza della Signoria a Firenze, che viene dalla critica assimilata per la statica autorevolezza della donna in trono contrapposta al delicato moto delle vesti. Pur non volendo riconoscere come plausibile la paternità Botticelliana, la tela appare di manifattura pregiatissima, tanto da far riflettere non solo sul valore monetario dell’opera, ma anche sul contesto culturale della corte aragonese che ha garantito la circolazione di importanti modelli artistici e committenze di un certo calibro.

Tutto sembra ricondurre la tela a quella prima fase giovanile del Botticelli, il cosiddetto periodo “Verrocchiesco”, in cui la maniera del maestro, il Verrocchio per l’appunto, ancora con grande prepotenza pervade l’opera del giovane allievo e allo stesso tempo guida la sua folta e polivalente bottega verso l’enorme successo che lo avrebbe consacrato alla Storia: Leonardo da Vinci, Botticelli, Perugino, Ghirlandaio, sono solo alcuni dei nomi dei “figli” che hanno reso illustre la Storia rinascimentale italiana, e per un breve tratto di strada, anche la storia del territorio dell’ager stabianus. 

È proprio al rilancio di questa storia che sono volte alcune iniziative culturali lanciate sul nostro territorio, come quella proposta da Giuseppe di Massa, presidente del Centro di Cultura e Storia di Gragnano e Monti Lattari “Alfonso Maria Di Nola”, che mette a disposizione della collettività strutture logistiche e fondi per l’ipotetica esposizione dell’opera nella sua sede originaria, auspicando quindi il ritorno alla pubblica fruizione e la possibilità che essa diventi un nuovo polo turistico di un territorio “benedetto” non solo dalla produzione pastaia. 

Una terra da amare, la nostra, da valorizzare e riscoprire. Proviamoci. 

 

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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