ArteTeca – Uno Spagnoletto a Castellammare: le tracce di de Ribera

“Chi si trova bene, resta sul posto” chiosa laconico Jusepe de Ribera a conclusione di una conversazione su un suo ipotetico rientro in Spagna, tenutasi nel 1625 con il pittore J. Martinez, anch’egli in visita a Napoli.

Lo Spagnoletto, come teneramente venne soprannominato dai napoletani, è venuto per restare: la capitale del meridione gli ha offerto non solo una solida posizione sociale ed economica, ma anche il riconoscimento dovuto a quella particolare cifra pittorica che qui trova la sua naturale collocazione.

Quando Ribera arriva a Napoli, trova una città in parte attraversata ancora da fremiti Caravaggeschi che grande presa avrebbero avuto su di lui e in una parte minoritaria, una metropoli già entrata in una crisi del linguaggio pittorico seicentesco, dovuta alla dipartita dei principali protagonisti della pittura naturalistica napoletana: la morte prematura di Carlo Sellitto e la partenza di Battistello proprio nel 1616 alla ricerca di nuove eleganze formali, avevano scosso le certezze acquisite negli anni del Caravaggismo.

Divenne velocemente pittore di corte del viceré di Napoli, Duca di Osuna, e continuò comunque ad essere suddito fedele della monarchia spagnola, inviando continuamente opere di altissima qualità in patria e non troncando così mai i rapporti con le proprie radici.

La Napoli in cui si trova ad operare è una città in profonda trasformazione, alla ricerca di un’identità che potesse raccogliere le esigenze della Controriforma e il nuovo bisogno di affermazione di quell’aristocrazia, che durante il vicereame spagnolo riacquisì il prestigio precedentemente perso. Nuove chiese e conventi facevano capolino nella veduta della città, così come grossi lavori di ristrutturazione o ammodernamento di antiche residenze erano partiti su impulso del patriziato.

Ribera fu l’uomo giusto al momento giusto: la rivoluzione del gusto necessitava di un pennello che sapesse recuperare l’eredità Caravaggesca, pur traghettando la città verso una nuova immagine di sé.

Lo Spagnoletto deve tanto al Caravaggio, da cui assimila uno stile che renderà suo, attraverso un’interpretazione ricca e passionale delle forme del Merisi, pur mantenendo intatta (e in alcuni casi addirittura accentuando) la drammaticità nel luminismo e nella resa delle figure.

Il suo strapotere artistico nell’ambiente partenopeo fu ben visibile sia nella folta scuola che attorno a lui venne a crearsi, sia nello stuolo di imitatori che si inserirono nel solco della sua pittura: i fratelli Fracanzano, Francesco e Cesare, e l’anonimo Maestro dell’Annuncio ai pastori sono alcuni dei nomi noti di suoi assistenti, la cui mano è quasi impossibile distinguere da quella del maestro.

La bottega e il legame con le opere stabiesi

Proprio l’inestricabile intreccio di mani nella stesura delle sue opere ha provocato nei secoli, grosse discussioni attributive. La bottega ricopriva, nella carriera di un artista, un ruolo di fondamentale importanza e avere una squadra capace divenne garanzia di successo per gli artisti già tra il XV e il XVI secolo.

Anche il Ribera poté contare sulla mano esperta di artisti che con lui esaudirono molte delle numerose richieste giunte da notabili di tutto il sud Italia. Spesso venivano richieste copie di opere già abbondantemente famose ed è proprio per tale ragione che di alcune tele, come quella dell’Adorazione dei pastori presente nella Concattedrale stabiese, si hanno delle repliche pressoché identiche.

Alla luce della premessa fatta, sarà facile dedurre che il maestro Spagnolo non abbia probabilmente mai messo piede nella città delle acque e che la commissione l’abbia raggiunto nella sua produttiva bottega napoletana, insieme alle numerose altre richieste di copie o pezzi originali che giungevano ogni giorno.

Sono almeno tre le opere discusse presenti nella Concattedrale attribuibili alla bottega di Ribera, ma di una in particolare si continua ancora a dibattere relativamente a una maggior presenza della mano del maestro: l’Adorazione dei pastori.

Gemella di una tela esposta al Louvre, differisce da essa per pochissimi dettagli (come il formato), ma mantiene inalterato il suo immancabile marchio di fabbrica, il magistrale uso dei contrasti luminosi e coloristici.

Al di sotto di un pilastro che funge da quinta teatrale, si apre una scena che corre su un doppio binario: si staglia al centro della scena il divino duo, composto dalla Vergine e il bambino, raccolti come in un cono di luce; intorno, come ad abbracciare la tenera scena familiare, vi è il dinamismo dei pastori oranti, che con gesti semplici e rozzi accolgono la “teofania” del divin bambino. Colpito dalla stessa luce divina, vi è l’agnello sacrificato, come un assaggio di futuro per quel neonato e memento per Maria, che con occhi imploranti sembra già rivolgere al cielo le proprie paure di madre. In lontananza, nuvole dense e pastose sembrano occludere la vista, quasi come un presagio funesto.

L’opera, in pieno stile caravaggesco e riberiano, sembra unire la forte urgenza naturalistica e realistica con la capacità di una resa monumentale ed epica. Nella pittura del Ribera, i piccoli fatti umani diventano Storia e il Divino, nelle sue forme più semplici o complesse, sembra divenire conosciuto, tangibile, intellegibile e reale. Ribera sembra dirci che non c’è niente di più trascendentale dell’esperienza dell’umano ed è proprio ciò a cui Cristo, accompagnato dalla Vergine, è chiamato a fare in Terra.

La narrazione è ancora una volta condotta dalla luce, che sembra guidarci attraverso il buio di un mondo senza Dio, squarciato improvvisamente dalla luce della rivelazione: il Messia è giunto tra gli uomini e nulla potrà più oscurare il faro della Salvezza.

È un’opera corale quella che abbiamo analizzato oggi, fatta di esperte mani di bottega, di una guida eccezionale come quella di Ribera, ma anche di un contesto sociale, quello della Napoli del ‘600 in cui tante anime, tante storie, tante scuole (artisticamente parlando) si incontravano, si fondevano e creavano modi nuovi di sentire e di vedere il mondo. Ecco perché la città ha un grosso debito verso lo Spagnoletto: egli è riuscito a dar voce a un’anima complessa ed eterogenea, a raccontare la vita onesta e genuina di un luogo che ha velocemente imparato a chiamare casa. Ribera è la prova tangibile che Napoli è madre di chiunque sappia leggere nel suo cuore più profondo.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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