ArteTeca – Viaggio dentro l’opera: i Nighthawks di Edward Hopper

HopperSiamo a Chicago, nel cuore pulsante della città, dove l’Art Institute sembra fare da snodo tra la giungla urbana e l’emozionante affaccio sul lago Michigan. La maestosa scalinata coronata dai leoni, sopravvissuta al recente rifacimento a opera dello studio architettonico italo-spagnolo Barozzi Veiga, ci accoglie e ci immerge in una vastissima collezione, una delle più complete negli Stati Uniti relativamente al ‘900.

Nonostante le numerose opere provenienti da ogni dove, è immediatamente percepibile un aspetto fortemente identitario nella scelta espositiva: il fulcro dell’intera narrazione sono alcune delle più iconiche opere americane, come l’American Gothic di Grant Wood o i Nighthawks di Edward Hopper. Due facce della stessa America, quella rurale del Midwest e quella cittadina, travolta negli anni ‘40 da un inaspettato boom economico, proiettata in una prospettiva di sviluppo inarrestabile.

L’opera di Hopper, nell’apparente semplicità della narrazione, diventa velocemente nell’immaginario collettivo d’oltreoceano “enciclopedia” della natura umana: è la “pastorale americana”, è quel tentativo di vivere lasciandosi vivere, dopo averle tentate tutte per sopravvivere a un mondo in corsa che non accenna ad aspettarci, che ci lascia indietro, soli. New York, interno notte. È ormai buio pesto fuori e la frenetica città sembra assopita. Ma le tre figure misteriose, due uomini e una donna, che siedono al bancone di un bar del Greenwich Village, vegliano nella notte americana e non vogliono saperne di dormire.

Alla tavola calda di Phillies, scorgiamo per primo un uomo elegante negli abiti e nel portamento, forse un businessman, forse un postino, forse un uomo qualunque e l’umanità tutta: ci dà le spalle, non si cura del nostro sguardo. Dall’altro lato del bancone, un uomo e una donna, sembrano sfiorarsi senza mai toccarsi: sono una coppia eppure sono “isole”. Tre esseri umani che vivono lo stesso momento ma esistono in diverse dimensioni: ognuno è assorto nel proprio isolamento. All’esterno, le serrande arrugginite sbarrano gli ingressi dei negozi.

Le luci delle vetrine sono spente. Esclusa una, quella del Phillies Cafe. È il refugium peccatorum degli avventori notturni, che vagano come anime in pena e approdano da Phil, sempre da lui, come in una confortante ritualità. È un’oasi di luce in un tetro deserto di nature morte. Nel buio trafitto dal verde delle luci del locale sembra stia per accadere qualcosa di terribile, ma nulla accade. Tutto è attesa e stasi.

Nel dialogo muto che instauriamo con i protagonisti, ci convinciamo, noi spettatori, di aver compreso tutto: le parole, le sensazioni, le emozioni. Per un attimo siamo sicuri di aver afferrato il vero significato dell’opera; poco dopo, una sensazione di estraniamento prende il sopravvento sulla comprensione. Alienati, nudi, percepiamo le fragilità di quelle umanità, magari ci immedesimiamo, magari le vediamo come in un sacro momento di verità per quello che sono: semplicemente anime sole.

Entreremo in un bar del Village con loro, ci faremo servire qualcosa, e nella nostra solitudine visibile nel nostro gelido sguardo, studieremo le persone intorno a noi in un silenzio tombale. Finiremo il nostro caffè, pagheremo il conto e usciremo. Quando Phil spegnerà le luci del bar, non ci sarà più luce in città: essa tornerà ad essere solamente quella spaventosa giungla di cemento. È il grande paradosso della solitudine: in quel bar ci siamo stati, ma non siamo “esistiti”.

 

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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