Epopea “do’ scultore pazzo”: Vincenzo Gemito in mostra a Capodimonte

Autoritratto di Vincenzo GemitoSi sono ormai riaperte le porte di molti dei luoghi della cultura e lentamente riprendono anche i lavori per le numerose occasioni espositive bruscamente interrotte dalla mondiale emergenza sanitaria. Dal 10 settembre fino al 15 novembre sarà possibile infatti ammirare un bel progetto di ricerca, confluito in una mostra, sulla figura di Vincenzo Gemito  (Napoli16 luglio 1852 – Napoli1 marzo 1929), scultore inquieto dell’animo umano e perfetto interprete di quell’epoca a cavallo tra l’800 e il 900, di un’atmosfera ricca di fremito e attesa di cambiamento.

“Gemito. Dalla scultura al disegno” è un lavoro concepito a quattro mani da Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte e da Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, dove si è svolta la prima esposizione dal titolo “Gemito. Le sculpteur de l’âme napolitaine”, dal 15 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020, riscuotendo un grande successo di pubblico.

L’esposizione francese ha rappresentato un momento cruciale nella “crociata” per il riconoscimento del valore artistico del Gemito, ignorato fino ad ora dalla critica internazionale e colpevolmente trascurato proprio dall’ambiente parigino, che nel 1878 consacrò il suo nome nel gotha della scultura grazie alla vetrina dell’Esposizione Universale. Il rapporto con Parigi fu fondamentale nell’esperienza umana dell’artista, ma anche per la sua carriera: conobbe Meissonnier, Rodin, entrò a pieno titolo tra i grandi del suo tempo pur non godendo mai di una situazione finanziaria florida, a causa di una gestione sconsiderata dei suoi averi.

Uno splendido percorso tra ben 150 opere dell’artista si dipana nella meravigliosa cornice del museo di Capodimonte, raccontando il fil rouge che unisce il mondano spirito parigino di inizio ‘900 e la Napoli verace e vorace dei vicoli poveri e stretti, sottofondo esistenziale di un Gemito eterno scugnizzo.

Napoli croce e delizia, Napoli crocevia di popoli e culture, Napoli dal cuore vivace, ma dall’aspettativa di vita breve: è tutto quello che scorre nelle vene di Vincenzo, nato dalle viscere della città, trovatello con poche prospettive, cresciuto tra le umanità sofferenti di una città dilaniata e restituito poi al mondo come il portavoce di un’eredità storica da cui è impossibile fuggire.

Essere napoletano forgia e segna: questo Gemito lo sa bene e lo dimostra costantemente nel saldare la sua produzione artistica all’Idea di Napoli, senza la quale né l’artista né la sua opera possono essere compresi.

Il sentimento profondo degli ultimi emerge sin dall’età di diciassette anni, modellando il suo Giocatore di carte, vagamente somigliante all’artista, ma più in generale agli “scugnizzi” come lui, all’anima dolente di Napoli. Gemito osserva il mondo circostante e lo studia con attenzione analitica, scegliendo così di rappresentare un realismo estremo e bruciante, che spoglia e fa interrogare.

Con un colpo di spugna cancella la rappresentazione paternalistica delle povertà ai margini e l’estetica del pittoresco che aveva caratterizzato Napoli negli anni del Grand Tour: la città diventa palcoscenico di storie reali, crude, in cui è possibile rivedersi o da cui prendere le distanze. Partenope non è più paesaggismo a olio con storie posticce di pittoreschi pescatori, ma nient’altro che verità.

Il suo Pescatorello, con cui approda a Parigi nel 1877, è nient’altro che una dichiarazione d’intenti, una rivelazione rivoluzionaria in un ambiente come quello francese, ancora con un piede nel conservatorismo accademico di inizio ‘800. Quel ragazzo di strada è avido, rapace, incattivito da una vita di stenti, animalesco nei modi: un misto tra la vitalità dei prodotti dalla lavorazione dell’argilla in voga tra gli artigiani del presepe e la plasticità dei bronzi e dei marmi pompeiani, in quegli anni restituiti alla visione collettiva.

È nel 1880 che rientra a Napoli, segnato da due cruciali eventi, legati rispettivamente alla sfera privata e lavorativa: la morte della sua musa, compagna, amante francese, Mathide Duffaud, e la commissione di una statua monumentale a Carlo V, destinata a decorare la facciata di Palazzo Reale. Il grande successo raggiunto comincia a tormentare l’artista, perseguitato dall’ansia di perfezione e dalla costante necessità di migliorarsi. I demoni dentro di lui cominciarono a divorarlo, fino a condurlo alla pazzia. In completo burnout, Gemito sceglie di vivere prima un periodo in clinica e poi un lungo allontanamento dalle cose del mondo, prosciugato da quell’esistenza turbolenta che per anni gli era stata d’ispirazione.

Le sue opere invece, non arrestano la propria corsa alla notorietà: i suoi bronzi e i suoi disegni fanno il giro del mondo, influenzando numerosi artisti e lasciando un segno indelebile nella Storia dell’Arte.

Gli ultimi anni, segnati dalla pazzia e dal lutto, portarono Vincenzo a una produzione quasi manierista nei modi e nelle forme, frutto dell’incontro tra il ritorno all’antico e la percezione del cambiamento in atto nel mondo dell’arte, attraversato da fremiti secessionisti ormai in tutta Europa.

Guardare a Gemito oggi, con il distacco che la Storia concede ai posteri, significa rileggere un intero pezzo della vita artistica Partenopea, per anni bloccato nella narrazione di una pittoresca umanità demolita dalla povertà, restituendolo alla sua grandezza reale attraverso una lettura di ampio respiro, ragionata e meno paternalistica. In una metropoli meridionale di fine ‘800, per la prima volta, possiamo conoscere non solo la purezza dei pescatori ritratti a olio su tele statiche, ma scoprire l’atroce verità che esse celano.

La figura dello “scultore pazzo” esce, in questa mostra, ridimensionata dall’epico ritratto del genio sregolato (spesso, anche in maniera inappropriata, associato a Caravaggio per questo) e invece sembra espandersi il dato tecnico, l’aspetto creativo, anticonvenzionale e antiaccademico dello scugnizzo artigiano.

La tradizione leggendaria, come spesso accade, permette però di ripescare delle storie che sembrano concluse in loro stesse: il suo disagio esistenziale porta finalmente luce sui finora inesplorati ultimi vent’anni di produzione artistica.

La mostra di Capodimonte ha quindi un importante compito e una missione ancor più nobile: riaccendere la fiamma delle passioni Gemitiane, custodirla e farla ardere. Un prezioso viaggio tra busti e disegni che concede a una memoria bistrattata, una nuova vita.

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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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