ArteTeca – L’Ager Stabianus e Libero D’Orsi: una storia d’amore lunga una vita

Quando sento le dichiarazioni d’intenti provenienti dagli alti ranghi del mondo della cultura, relativamente alla digitalizzazione e all’auspicato incremento dell’uso della tecnologia al fine di promuovere il patrimonio culturale italiano, completamente tralasciando (o colpevolmente sorvolando) grosse problematiche, come quella degli innumerevoli siti archeologici bloccati per le ragioni più svariate (dalle questioni burocratiche a quelle edilizie, senza dimenticare il lavoro non pagato o sottopagato degli archeologi) o quella delle piccole realtà museali, in sofferenza ben prima del terremoto del Coronavirus, mi viene da pensare che siamo ancora ben lontani dal colmare quel gap tutto italiano tra la teoria politica e la prassi.

In una sorta di telefono senza fili istituzionale, governi di varia natura e amministrazioni locali di vario “colore”, si sono susseguiti in uno sterile passaggio di staffetta, riuscendo quasi mai (salvo qualche rarissimo caso) ad apportare soluzioni alle tantissime problematiche che affliggono l’ambito della “cultura materiale”, così fondamentale in un paese a vocazione archeologica come l’Italia.

Guardando, nel nostro piccolo, alla storia locale, ci rendiamo immediatamente conto di quanto Castellammare di Stabia e paesi limitrofi siano l’emblema di questa malapolitica e malamministrazione dei beni culturali. Sorella della ben più blasonata Pompei, Stabia non si componeva del solo territorio costiero, ma anche di un entroterra fondamentale per la vita della nobiltà che in queste località trovava riparo dalla calura estiva. Gli ultimi scavi effettuati hanno rivelato la presenza di ben oltre 50 impianti rustici per la coltivazione dell’olivo e della vite, beni di consumo primario nella società romana. I comuni circostanti di Gragnano, Lettere, Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità e Casola di Napoli, costituivano quindi la spina dorsale economica di quella spettacolare distesa edilizia a strapiombo sulla scogliera che era la città di Stabia.

Il valore storico e culturale del complesso abitativo è ben noto oggi agli addetti ai lavori, ma anche agli amateurs che negli anni hanno tentato di riscriverne le sorti: il nostro tesoro archeologico deve tutto all’intervento del visionario preside Libero D’Orsi, illuminato intellettuale stabiese e padre putativo dell’oppidum di Stabia, che con caparbietà e competenza ha operato il salvataggio, la riscoperta e la pubblicizzazione di un patrimonio dormiente.

Il sogno dell’eclettico preside cominciò intorno agli anni ’50, quando fece ritorno nella natia Stabia, in seguito a un periodo di lavoro tra diverse regioni della Penisola: prima il Veneto, poi la Puglia, la Romagna e infine la scuola media Stabia. Il suo rientro rappresentò un vero spartiacque per la storia della città, che può ragionevolmente dividersi in un prima e un dopo D’Orsi, ossia un tempo senza consapevolezza del passato e uno di riscoperta della propria identità.

La curiosità dell’appassionato conoscitore fu accesa da un testo di Michele Ruggiero sulla storia degli scavi di Stabia, pubblicato nel 1881, in cui si faceva riferimento al programma di recupero condotto nel periodo borbonico, denunciando anche i danni provocati dagli stessi “scavatori reali”, che nelle vesti di ‘scopritori’ avevano depredato e distrutto gran parte del patrimonio sottostante il pianoro di Varano. La volontà di scoprire quanto fosse rimasto dell’antico ager fece si che l’instancabile preside mettesse in moto la macchina della burocrazia e della politica locale, ottenendo, con grande fatica, la possibilità di cominciare ad esplorare la zona della grotta di San Biagio, fulcro della cittadella individuato dallo studioso sulle mappe del Ruggiero.

È possibile immaginare l’emozione nei volti dei presenti quando, come un’epifania, cominciarono ad emergere le mura, le colonne, i peristili quasi intatti di quella che verrà poi denominata Villa Arianna, prendendo il suo nome, ormai celebre nel mondo, dal meraviglioso affresco del mito di Arianna raffigurato in una delle stanze principali della villa. Dopo la prima scoperta, fu un continuo tornare alla luce di enormi stralci di una storia sepolta dal Vesuvio prima e dall’incuria borbonica poi: Villa San Marco, Villa Petraro, la cosiddetta villa del Pastore o di Anteros ed Heraclo, villa Carmiano e decine di altre residenze dedicate all’otium dei potenti romani, quasi tutte scavate e poi prontamente rinterrate al fine, ufficialmente, di proteggerle dall’incuria.

È paradossale il fatto che la terra, quel sepolcro naturale creatosi grazie alla sedimentazione geologica, sia un posto più sicuro delle mani dell’uomo, che ancora ad oggi, preferisce tenerle nascoste (salvando la pace di Villa Arianna e Villa San Marco, visitabilissime e gratuite) invece di curarle e dargli il dovuto spazio nel gotha dei grandi siti archeologici del paese.

Come quasi tutte le belle storie italiane, anche questa si concluse velocemente, dopo soli 12 anni di scavi, per mancanza di fondi, cosa che non sembrò abbattere però l’indomito preside. Costituì prontamente un comitato, il Comitato per gli Scavi di Stabia, che lo aiutasse a sopperire alle spese delle ricerche, ma il progetto ebbe comunque vita breve e riuscì a portare avanti il sogno di una nuova Pompei ancora per poco.

La prolungata mancanza di fondi tra gli anni ’60 e ’90 e la volontà di soddisfare i palati dei palazzinari assetati di sangue, provocarono uno stallo completo nelle operazioni, riprese solo in epoca moderna, grazie ad alcuni progetti sostenuti da finanziatori stranieri, come quello del RAS (Restoring Ancient Stabiae), una onlus italo-statunitense, che insieme alla collaborazione della Regione Campania e della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia elaborò un progetto per la creazione di un parco archeologico destinato a far conoscere le ville stabiane e, allo stesso tempo, a garantirne la manutenzione e l’esplorazione.

Una carrellata di onorificenze travolse Libero D’Orsi, mosso unicamente da una genuina passione per la conoscenza e mai dalla brama di fama: prima fu insignito della carica di ispettore onorario alle Antichità e Belle Arti, poi di Conservatore Onorario del Museo Statale di Castellammare di Stabia. Si inserì a pieno titolo nell’Olimpo degli Italiani con la nomina a Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, con l’aggiunta di una Medaglia d’Oro al Merito della Repubblica per la Scuola, la Cultura e l’Arte.

Nonostante il parziale arresto dei lavori di recupero, D’Orsi abbracciò un’ultima battaglia dopo aver conseguito la pensione, ossia quella dell’allestimento di un Antiquarium Stabiano, un vero e proprio museo archeologico della città, che avrebbe dovuto custodire i circa 8.000 pezzi raccolti nelle campagne di scavo. Il progetto prese forma velocemente nei locali sottostanti la scuola Media Stabiae, in via Marco Mario, ma venne, con altrettanta solerzia, abbandonato a sé stesso, ridotto a umido e improponibile deposito per una storia dimenticata. Parte di quel patrimonio è oggi dislocato tra il Museo archeologico di Napoli e il Museo Diocesano Sorrentino- Stabiese.

Libero D’Orsi si spense nel 1977 all’età di quasi 90 anni e i suoi occhi non videro mai la realizzazione di quel meraviglioso progetto che aveva immaginato per la sua città. Quegli stessi occhi che anni addietro avevano pianto di gioia per la scoperta della prima villa. Ager Stabianus e Libero D'OrsiC’è qualcosa di incredibilmente romantico e tristemente simile tra la storia della nostra Stabia e quella della dolce Arianna, riapparsa per prima dagli “inferi” della terra: entrambe giacciono dormienti e abbandonate da un Teseo disinteressato, in attesa di un divino salvatore. Come sempre, viviamo la disperata attesa di un ‘miracolo’.

Un destino comune per i figli di un Dio minore.

avatar

Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *