Le sorti del “sistema cultura” nell’Italia post-Covid: che ne sarà di noi?

«Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda.»

Recitava così l’incipit di una delle omelie più struggenti e segnanti della nostra epoca, recitata come l’anelito debole e dolce di un uomo piegato dalla frustrazione dell’impotenza, che sente di poter far ricorso a nient’altro che alla preghiera, ultimo baluardo nella strenua lotta contro l’invisibile male impossessatosi delle nostre “quotidianità”. In quella piazza San Pietro dolorosamente vuota, abbracciata inutilmente dall’imponente colonnato berniniano, la percezione della tragedia è divenuta forse più solida nelle nostre menti, bombardate ogni giorno da bollettini bellici, da una mole di numeri che quasi sembrano confondersi, accavallarsi, fino a diventare quasi “normali”. Un uomo anziano, solo, sotto una pioggia battente, richiama un’umanità affannata e smarrita nella tempesta a riscoprirsi “comunità”.

Quando il celeberrimo drammaturgo, Eugène Ionesco, in una conferenza tenutasi nel febbraio del 1961 in presenza di altri scrittori, tenne un intervento sull’importanza per l’umanità tutta di ritrovare un ritmo nuovo, non aveva forse la consapevolezza della portata metastorica delle sue parole, ad oggi quanto mai attuali:

«Osservate la gente correre indaffarata nelle strade. Non guardano né a destra, né a sinistra, preoccupati, con gli occhi fissi a terra, come cani. Tirano dritto, ma sempre senza guardare davanti a sé, poiché coprono un percorso, già risaputo, macchinalmente. In tutte le grandi città del mondo le cose stanno così. L’uomo moderno, universale, è l’uomo indaffarato, che non ha tempo, che è prigioniero della necessità, che non comprende come una cosa possa non essere utile; che non comprende neppure come in realtà proprio l’utile possa essere un peso inutile, opprimente. Se non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte; e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi o di robots, un paese di persone infelici, di persone che non ridono né sorridono, un paese senza spirito, dove non c’è umorismo, non c’è il riso, c’è la collera e l’odio.»

Prigionieri inermi dell’utile, intrappolati nelle gabbie dorate del liberismo sfrenato che ci ha catapultati nell’epoca moderna, lasciandoci credere che l’io è più forte del “gruppo” e che “il bello”, la creatività altro non siano che categorie dell’inutile, da vivere come contorno delle portate principali dell’economia, del mercato, della finanza.

Entrando nello specifico della situazione italiana, proprio su queste basi abbiamo fondato un sistema paese che privilegia i privilegiati ed emargina gli emarginati, ma quando si tratta poi di rispondere a catastrofi di dimensioni epocali come quella che attualmente stiamo attraversando, è proprio a quegli emarginati che si chiede lo sforzo sovrumano di risollevare le sorti del paese. I lavoratori di scuola, sanità, artigianato, cultura: sono loro gli eroi silenziosi di cui abbiamo avuto bisogno, ma che di certo non meritiamo.

Alla scuola abbiamo chiesto di catapultarsi in un’improvvisa rivoluzione digitale, pur essendo sfornita di strumenti e preparazione adeguata (e non mi riferisco solo ai docenti, ma anche agli stessi ragazzi, costretti a fare amicizia con il virtuale in una maniera del tutto nuova); alla Sanità abbiamo chiesto di colmare le terrificanti lacune di mezzi e risorse con buste dell’immondizia e ventilatori polmonari ricavati da maschere subacquee; all’artigianato, di sopravvivere con mezzi propri e sostenere comunque  la già malandata economia di questo paese; dalla cultura, infine, abbiamo preteso l’intrattenimento digitale e allo stesso tempo la promozione di contenuti di qualità, fingendo di ignorare la forte carenza di personale, che amo definire “fantasma”, poiché assunto con contratti farlocchi per il tramite di associazioni e cooperative e prontamente silurato al palesarsi di un accenno di crisi.

Una massa umana che vive di garanzie negate e diritti calpestati, ignorata in maniera bipartisan dalla politica (niente unisce il parlamento come il rendere gli invisibili tali!), la cui migliore aspettativa di vita, pur di lavorare nella cultura, è fare appello al non profit. Per quanto l’affido di beni culturali a entità come il FAI, per esempio, possa risultare nobilissimo negli intenti, il sistematico farvi ricorso da parte delle istituzioni per incanalare fiumi di ottimi dottorati disoccupati e scomodi rischia di apparire solo come l’ennesimo tentativo di perpetrare quella schiavitù dei non diritti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

È chiaro ormai che quel modello è fallito miseramente, pur essendo partito da virtuosi intenti. Non solo la piaga delle assunzioni lampo nel campo della cultura di è incrementata, ma si è accompagnata all’altra grande crepa apertasi tra il mondo del lavoro e le nuove leve: la cultura dello stage. La crisi sanitaria quindi, come un fascio di luce radente, sembra aver illuminato e portato ormai allo scoperto qualcosa che tutti conoscevamo, ma che fingevamo di non vedere: il lavoro si paga, sempre, e una società in cui agli sfruttati si chieda anche di dover portare il fardello della croce, oltre a quello dell’umiliazione, non è davvero più concepibile. PompeiC’è da sperare che all’alba di un nuovo inizio, lo Stato interrompa questa catena di autoindulgenza fondata sullo scaricare le colpe sui precedenti “inquilini” della carica: qualcuno, per favore, si assuma le responsabilità di uno Stato palesemente in fuga.

Qualcuno, ai piani alti, accolga il grido, ormai unanime: esistiamo anche noi.

Nell’immagine, una veduta sul parco archeologico di Pompei, teatro di una lotta capillare al lavoro nero nell’ambito dell’accompagnamento turistico
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Annarita Liguori

Nata a Gragnano, da sempre ho prediletto interessi artistici e letterari, intraprendendo studi classici negli anni della formazione liceale. Ho conseguito la Laurea triennale in Archeologia e Storia delle Arti all'Università di Napoli Federico II e la Laurea Magistrale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi vivo e lavoro a Milano presso alcune realtà espositive del panorama artistico contemporaneo.

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