Didattica e distanze: le nuove disuguaglianze della scuola

Il bilancio della Didattica a Distanza dopo tre mesi di chiusura delle scuole non ha né un saldo positivo né un saldo negativo. La DaD ha infatti in massima parte, con le dovute eccezioni, retto l’urto del lockdown e del distanziamento sociale, consentendo agli studenti italiani di proseguire nel percorso di studi, pur tra tante difficoltà, e di non interrompere bruscamente e per un lungo lasso di tempo l’anno scolastico. Non è stato però un tragitto facile e sono emerse contraddizioni e complicazioni che gettano un’ombra molto lunga sull’eventuale prosecuzione di quest’esperienza.

Distanza e distanze

La DaD, e questo dato era evidente già a marzo, non è stata uguale per tutti. Troppe le differenze tra le zone del paese, tra i gradi e gli indirizzi scolastici e persino tra scuole della stessa città.
Molti istituti, soprattutto di istruzione primaria e secondaria di primo grado, non erano affatto pronti a un’evenienza del genere e non hanno potuto garantire in alcun modo la didattica nella fase di chiusura, perché sono mancati gli strumenti e le competenze necessari. Non va inoltre sottovalutata la disparità esistente tra i nuclei familiari, tra chi insomma poteva permettersi connessione a internet e tecnologie adatte e chi invece non poteva: la collaborazione con il Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione e il piano di solidarietà digitale hanno permesso di ridurre queste distanze ma è stato impossibile creare una situazione di equità in così poco tempo. Per far fronte allo stato di diseguaglianza e all’emergenza, qualche scuola dotata di sufficienti risorse ha distribuito i propri dispositivi agli studenti in comodato d’uso gratuito, ma si è trattato con ogni evidenza di palliativi.

Schermi e barriere

L’efficacia della DaD è stata chiaramente legata all’età degli studenti: per rendersene conto è sufficiente pensare alla capacità di autogestione di un bambino di 6 anni e di un ragazzo di 16, in special modo di fronte a uno schermo. In via generale, maggiore è l’età e maggiore è stata la capacità di successo del dialogo didattico, anche se le variabili e i fattori sono talmente tanti che è impossibile formulare una legge universale. Una caratteristica comune, in molti casi, è stata la riottosità degli studenti all’utilizzo della camera e in qualche caso addirittura del microfono, con effetti stranianti e alienanti di docenti che comunicavano con utenti distinti solo dal nome, spesso senza neanche avere la certezza che qualcuno fosse davvero in ascolto. I computer, per farla breve, avvicinano ma sono anche formidabili barriere.

Fanta-didattica

Solo dieci anni fa tutto questo non sarebbe stato possibile: se il virus e la pandemia avessero messo in ginocchio l’occidente all’inizio dello scorso decennio, la scuola con ogni probabilità si sarebbe semplicemente fermata e l’idea di una didattica a distanza attraverso gli schermi, sfruttando internet, i telefonini e altri dispositivi mobili e immobili, sarebbe probabilmente finita nella sezione della narrativa fantascientifica. Il nostro tempo, a tutti gli effetti, ha permesso alla scuola di proseguire il proprio cammino. E docenti di ogni età hanno rapidamente migliorato le proprie competenze informatiche, costretti ad adoperare hardware e software che fino a poco tempo fa in buona sostanza non conoscevano, in special modo i più anziani. La conseguenza nefasta, nota a tutti gli smartworker, è stata la connettività perenne: niente più pause, niente più orari.

Il ruolo dei docenti

Nei fatti, in ogni caso, la scuola è sopravvissuta grazie ai professori: il contratto collettivo nazionale non obbligava nessun docente a lavorare in regime di didattica a distanza, né poteva farlo, a dispetto delle formule perentorie, la decretazione d’urgenza di un ministero incerto nel pensiero e nell’azione, ma in ogni caso il senso di responsabilità nei confronti dei propri allievi e il senso del dovere e della solidarietà nei confronti di tutti quelli che non hanno interrotto l’attività lavorativa durante la pandemia, personale sanitario in testa, hanno spronato tutti gli insegnanti a svolgere il proprio lavoro nel miglior modo possibile. E ci sono riusciti.

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