Il libro – Il partigiano Johnny, una storia di resistenza

Il 25 aprile il giorno della liberazione dal Nazi-Fascismo. In un periodo in cui si sta tentando di cancellare la storia del nostro paese. StabiaPost.it vuole ricordare la storia della resistenza. E vuole farlo con un Romanzo: Il partigiano Johnny di Bebbe Fenoglio.

“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”.
Tratto da “Il partigiano Johnny”

Il romanzo “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio è stato pubblicato postumo nel 1968, è incompiuto ed è considerato dalla critica il più antieroico ed originale romanzo sulla Resistenza, presentata nei suoi aspetti più singolari e anticonformisti.

Definire “Il partigiano Johnny” un romanzo non è del tutto esatto: il libro può essere considerato una cronaca storica e allo stesso tempo un romanzo di formazione. La critica ha definito il suo come un genere “a sé stante” in quanto presenta elementi decadenti, neorealisti e neoveristi, ma differisce da questi generi per l’introduzione di innovazioni sul piano formale e stilistico, nonché linguistico. Non ci sono, nell’autore, intenti documentari o intenti di polemica sociale in nome di un impegno ideologico progressista; non ci sono inclinazioni populiste: non vi è l’identificazione del popolo come depositario di valori positivi. Johnny/Fenoglio (è infatti presente l’elemento autobiografico) è all’opposto della concezione dell’intellettuale impegnato.

Il protagonista del “romanzo”, un ragazzo sui vent’anni, è un intellettuale borghese alla ricerca di sé stesso, insoddisfatto della propria condizione esistenziale. Dopo l’otto settembre del 1943 si rifugia fra le colline nei pressi della città di Alba. È questo un periodo di profonda crisi: l’inattività lo sta logorando. Decide quindi di unirsi alla lotta partigiana e si unisce dapprima ai partigiani Rossi, di ideologia comunista, e, in seguito, ai partigiani Azzurri, badogliani.

Questa proiezione improvvisa in una realtà completamente diversa da quella borghese provoca in Johnny un sentimento di totale smarrimento. Non rinnega la sua origine, ma tenta allo stesso tempo di immettersi in un ideale proletario: si unisce ai partigiani Rossi per puro caso. La scelta della lotta partigiana è per lui esistenziale e morale: è una lotta contro un nemico assoluto, incarnazione del male metafisico. La guerra non è il fine della narrazione, ma il mezzo: un punto di passaggio obbligatorio, lungo il percorso di ricerca della propria dimensione.

La guerra è scontro dell’uomo con la violenza, con la sofferenza e con la morte; la guerra toglie ogni dignità umana all’individuo. La narrazione è ambientata nella zona delle Langhe (Monferrato, Piemonte). La natura di quest’area geografica viene umanizzata da Fenoglio: durante una tragica operazione di guerriglia partigiana, in cui si salva solo Johnny, la vegetazione circostante, le piante, gli alberi che assistono alla scena diventano cupi, scuri, rispecchiando lo stato d’animo dei protagonisti umani. È una natura che riflette i sentimenti di Johnny (elemento inconcepibile per il neorealismo). Così mentre Johnny marcisce nell’inattività iniziale, il paesaggio, le colline circostanti, il “mood around him”, (lo stato d’animo che lo circonda) lo nausea. Le stelle che osserva durante la notte insonne, dal suo possedimento sulla collina, sono le stesse che osserva mentre è costretto a fuggire dai rastrellamenti fascisti dopo la disfatta di Alba, quando tutti i suoi compagni sono morti o spacciati.

Johnny non si integra con i vari gruppi di partigiani, tuttavia la condivisione di esperienze, come il continuo faccia a faccia con la morte, lo portano a legare con alcuni suoi compagni come Pierre ed Ettore. In ogni caso l’amicizia non è il filone portante dell’opera: in questo suo iter Johnny è solo. Il ruolo del dualismo casa/famiglia è fondamentale: Johnny si allontana a grandi passi dall’ambiente familiare, distaccandosene inevitabilmente. Quando ha la possibilità di rientrare, per un breve periodo, in famiglia, quasi non riesce più a sopportare le accoglienti coperte del suo comodo letto: preferisce i giacigli delle foglie dei boschi dove ha combattuto. Il distacco talmente profondo che sfocia nell’intolleranza: quando entra in contatto con una famiglia borghese che lo ospita è nauseato da quell’ambiente così vuoto, privo ormai di significato.

Il partigiano Johnny è questa narrazione di cosa fu la Resistenza, reale, non immaginaria. Della casualità nel congiungersi alle varie bande partigiane, dai rossi (delle Brigate Garibaldi, e la commovente figura del giovane, di 19 anni, Tito e della sua morte, disteso a terra, e tolstojanamente descritto da Fenoglio, come sono i morti, “eroe greco”, “la bocca che rivelava assenza di baci millenari”), agli azzurri, i badogliani, ai verdi di Giustizia e Libertà, ai bianchi cattolici ecc. Si sente nelle sue pagine la materialità della vita del combattente, degli inseguimenti, degli sganciamenti dopo il combattimento, dei rintani, del fango, della terra, dei boschi, della tensione dei muscoli, della fame, del freddo, delle privazioni. Si sente il terribile inverno 1944-1945, dopo lo sciagurato proclama di Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, che invitava i partigiani a smobilitare, e la ferocia aumentata di fascisti e nazisti (rastrellamenti, rappresaglie, stragi della popolazione inerme). Vi pulsa la multiforme e reale umanità della popolazione, dei tipi umani della Resistenza, da Nord a Pierre, da Michele a Kyra ecc. Il partigiano che non comunista in una formazione di partigiani dice a Johnny “Io sono il meno comunista dei 14 non comunisti. Eppure, sono pronto a mangiare il cuore al primo che facesse appena un risolino alla mia stella rossa”.

La solidarietà cementata dalla scelta morale ed esistenziale, ancor prima che della scelta politica, di classe, ideologica (sempre nella accezione positiva e non dispregiativa). La Resistenza come fatto militare sì, importante, perché la storia così impone, ma soprattutto come fatto morale, come scelta etica. E le pagine che a essa ha dedicato Thomas Mann nella sua immortale introduzione all’edizione delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea rimangono lì scolpite come monito sempre, per ogni generazione. Della umanità che pur di non rinnegare i propri valori, appunto la propria umanità, “la normale dimensione umana”, si sacrifica, dal giovanissimo al vecchio, dall’operaio e dal contadino all’agiato intellettuale, all’agiato borghese, anche aristocratico, dall’ateo al prete.

Beppe Fenoglio fu “un irregolare della letteratura italiana” e pertanto poco compreso in vita. Solo dopo il 1968 e dopo Il partigiano Johnny e soprattutto nei decenni successivi si è compresa la portata della sua lezione, del valore della sua scrittura. E la sua fine, soffocato dal cancro ai polmoni, senza voce, con il disperato bisogno di comunicare il suo amore alla figlioletta Ita (Margherita) con un biglietto scritto a mano suggella la figura che tanto abbiamo amato e che tanto continueremo ad amare.

Ora e sempre resistenza. Resistiamo leggendo.

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