Il Libro – “Formiche e calabroni” il nuovo romanzo di Carmine Spera

“Formiche e calabroni”, il nuovo libro di Carmine Spera è un romanzo da leggere in una terra dove il bianco e il nero non esistono, dove tutto è diventato grigio. Un testo che nasce dall’esigenza di non fermarsi in un mondo fermo per forza maggiore.

Un romanzo partorito, rivisto, rimodulato, vissuto e rivissuto durante il periodo della quarantena che un piccolo essere minuscolo ci ha imposto: il covid 19. Un testo diverso dalla produzione di uno scrittore che negli ultimi anni abbiamo conosciuto grazie al suo mondo di parole rivolte ai bambini di tutte le età.

Chi conosce Carmine però sa che il suo essere poliedrico nel corso di questi anni ci ha riservato tante sorprese. Non ha solo scritto con lo pseudonimo “I figli di Gianna” insieme al suo compare di merende “È sempre la stessa storia”. Carmine Spera è anche autore del cortometraggio “Una vita scontata” e la sua produzione letteral-musicale lo vede come autore di perle come Dio non sa, ‘A Verità, ‘A luna de quartieri, Si danzerà ed altro.

Ma che c’entra la camorra, il romanzo di Carmine con il covid-19? Tutto e niente. Niente perché sono cose distinte e distanti. Tutto perché hanno a che fare con la mancanza di libertà che riguarda tutti. sì, perché la camorra rende schiavi tutto allo stesso modo, non solo gli adepti, quelli che scelgono quel percorso di vita, ma anche noi comuni mortali. Anche chi non ha a che fare direttamente con quel mondo è condizionato da quel mondo.

Non è un gioco di parole, ma la triste realtà quotidiana di chi quella violenza fatta di gesti, parole, opere e omissioni che condizionano ognuno di noi rendendoci, sotto certi aspetti, complici inconsapevoli. Il protagonista di questo bel romanzo è Roberto, vive nella periferia di Napoli, ma poteva vivere a Bari, a Gela, a Torino, nei sobborghi di Milano, nelle banlieue parigine o a Molenbeek-Saint Jean alle porte di Bruxelles.

Non luoghi dove centinaia di ragazzini vengono abbandonati a se stessi, dove la criminalità organizzata allarga le braccia, arruolando un numero sempre crescente di minorenni incaricati di eseguire atti di intimidazione, estorsioni, omicidi, spaccio di droga ed altri reati che presentano per i maggiorenni un elevato rischio penale. Periferie fatte mondo dove la cultura dell’omertà, del sopruso e del rifiuto dello Stato è più profonda, ed è facile per i bambini crescere secondo i codici mafiosi. E fare troppo in fretta il salto di qualità, stringendo un’arma in pugno. Qui i ragazzi sono la manovalanza perfetta.

Un romanzo di vita dove non è chiaro chi siano le formiche e chi i calabroni, dove tutto è grigio come l’asfalto bruciato dal sole che qui è più caldo. Grigio come il selciato tagliato dal freddo che qui è più freddo. Grigio come i palazzoni tutti uguali che qui sono più uguali o meno uguali dipende dalla latitudine dalla quale vedi, scruti. Dalle persiane chiuse, semichiuse o aperte. Aperte ma che son chiuse, talvolta, perché conviene non vedere. Grigio come gli animi che si confondono con quel grigio che assale.

Qui in una delle tante periferie di un occidente che stenta ad arrivare dove Roberto, un Rosso Malpelo 3.0, è il protagonista di una storia che è la storia di tutte le periferie del mondo. Qui dove a sedici anni un ragazzo è già grande perché troppo piccolo quel mondo che gli impone una crescita. Piccolo com’è piccolo quel formichiere, giungla di carne che pullula, dal quale è difficile staccarsi.

“Io non devo urlare e non posso piangere. Perché ho sedici anni. Sedici anni…” dice tra sé e sé, urlandolo al mondo, Roberto Dell’Abete o Dell’Abete Roberto perché poco importa, in questo lembo di terra, se viene prima il nome o il cognome, tanto di lui nessuno se ne fotterà mai, se non un articolo di giornale di terz’ordine che prima o poi gli darà spazio. Non per rendergli giustizia in questa ingiustizia globale, ma per vomitare odio, quello che fa tanto bene alla nostra mediocrità globale che ci fa sentire più giusti perché vittime.

Ma chi è la vittima e chi il carnefice? Difficile trovare risposta a questo interrogativo. Forse siam tutti vittime e nello stesso tempo carnefici in una carneficina quotidiana che è la vita da queste parti. Di quali parti sto parlando? Di Napoli, ma non solo. Carmine Spera con la forza dell’io narrativo riesce a far entrare il lettore nel ventre molle di una società senza speranza alcuna, dove il destino è già segnato. Dove a nulla serve l’aver capito, l’aver compreso, l’aver scoperto l’amor che move il sole e l’altre stelle. Quello serve nelle fiction, nei film, nei racconti a lieto fine. Qui il verismo non è trattato, inventato, edulcorato, è una radiografia del presente, una tac dove a poco serve il mezzo di contrasto se non a vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti.

Con questo libro Carmine, diversamente da quello scrive nelle sue canzoni per bambini, ci fa fare, vedere, toccare con le mani della cruda realtà un salto, nel buio, nel quale siamo stati catapultati dall’indifferenza. Chi sono le formiche? Chi i calabroni? Può una formica diventare calabrone? Sì. E un calabrone diventare una formica? Forse. Qui nulla è certo, nulla è ben delineato se non il grigio che assale.

“Formiche e calabroni” è un romanzo di formazione atipico in cui il protagonista ha un cambiamento, un’evoluzione che a nulla servirà se non come esempio per altri che purtroppo seguiranno la stessa strada, perché è quella la strada maestra di mondo che a nessuno importa.
Buona lettura.

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