Il Libro – “Riccardino”, l’ultima avventura del commissario Montalbano

Non è stato facile scrivere questa recensione. Montalbano, per me, non è un personaggio frutto della fantasia di un grande scrittore, è una figura che accompagna i miei giorni dalla fine degli anni novanta. L’amore nacque per interposta persona. Amavo, amo, Manuel Vázquez Montalbán, la sua penna ha partorito altro mio “amico” letterario, ma non troppo: Pepe Carvalho.

Quando seppi che il nome Montalbano fu scelto da Andrea Camilleri in omaggio allo scrittore spagnolo corsi in libreria e comprai “Il ladro di merendine“. Mi piacque e feci un viaggio letterario a ritroso, presi prima “La forma dell’acqua” il primo romanzo con Montalbano protagonista e poi “Il cane di terracotta“. Il vero amore però nacque con la raccolta di racconti, prima con “Un mese con Montalbano“, poi l’anno successivo con “Gli arancini di Montalbano“.

Da allora io e Salvo, questo il suo nome, non ci siamo mai persi di vista. Per non parlare della fiction, della splendida interpretazione di Luca Zingaretti. Anche il lockdown è stato annunciato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte mentre guardavo un episodio con protagonista l’ispettore di Vigata. Avrei voluto non scrivere, perché so che Riccardino è l’ultimo episodio che lo vede come protagonista. Per volontà dell’autore questo doveva essere l’ultimo romanzo avente per protagonista il commissario Montalbano, è rimasto per anni in cassaforte. “Finirà Montalbano, quando finisco io” ci disse Andrea Camilleri tempo fa. E così è stato.

Non è il classico romanzo di Camilleri. C’è qualcosa di diverso. Una sorta di metaromanzo se così si può definire, dove il Commissario dialoga con l’autore e anche con l’altro Montalbano, quello televisivo. Scritto tra il 2004 e il 2005 e rimaneggiato, linguisticamente, nel 2016, è uscito quest’anno.

La lingua è sempre la stessa: il vigatese. Una lingua d’invenzione, ma viva e fantastica nello stesso tempo. Un linguaggio una lingua sempre più realistica che nel corso di questi lunghi anni si è evoluta. Più che parlare di trama(lo dovete leggere), vorrei parlarvi d’altro.

Mi ha affascinato lo scontro pirandelliano tra l’autore e il protagonista. Tra Camilleri e Montalbano, che a sua volta se la prende con il Montalbano della fiction. Lo stile investigativo è sempre uguale, come dire… sfrontato. Una miscellanea di cose alla quale ormai siamo abituati e che ci mancherà, purtroppo, dalle sceneggiate alle giostre verbali, dagli scatti sagaci alle sorprese, una dietro l’altra. Come negli ultimi romanzi, la malinconia fa da padrona. La presenza di note malinconiche risuonano in sottofondo e accompagnano una storia che diventa quasi secondaria rispetto al dualismo, al conflitto pirandelliano che accompagna la lettura.

Camilleri si diverte in questo romanzo, si dichiara vittima delle sregolatezze, delle intemperanze di Montalbano che nel corso di questi lunghi anni si è preso il dito con tutta la mano al punto da imporre finali o monologhi interiori. L’autore si è divertito. Ritrovo il sorriso in queste pagine, forse amaro, non so, si finge insofferente, fa finta, di voler come scrittore, guidare la narrazione. Montalbano è più forte dello scrittore invece e Camilleri si finge insofferente alle sue continue imposizioni narrative, che piegano sempre il romanzo giallo. La narrazione però, con questo gioco “imposto” dal personaggio, si arricchisce di tante cose. Innanzitutto di spirito critico, di osservazioni sociali dando lo spunto allo scrittore per parlare, denunciare l’intreccio sottile, ma non troppo, tra politica e mafia.

C’è tutto in questo romanzo, tutto ciò che abbiamo amato di Salvo Montalbano. C’è il solito Catarella, questa volta troppo caricaturale, ma l’autore ha voluto calcare la mano per lasciare un simpatico ricordo. Il bravo Fazio. Manca la fedele Adelina che, stranamente, non compare mai, viene citata una sola volta. Anche la fidanzata di Salvo, Livia, non compare ma telefona. Telefonate condite di sogni, di viaggi lontani che… l’abitudinario Montalbano di sicuro “amerà”. Insomma un romanzo che lascia un po’ d’amaro in bocca, ma… è la vita che va!

Non vi resta che leggere Riccardino ecco a voi l’incipit:

«Il telefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parse”. “Riccardino sono”, disse una voce “squillante e festevole”, per dargli appuntamento al bar Aurora. Ma Montalbano non conosceva nessuno con quel nome… Un’ora dopo, la telefonata di Catarella: avevano sparato a un uomo, Fazio lo stava cercando. Inutilmente il commissario cercò di affidare l’indagine a Mimì Augello, perché “gli anni principiavano a pesargli” aveva perso “il piacere indescrivibile della caccia solitaria”, insomma “da qualichi tempo gli fagliava la gana”, “si era stuffato di aviri a chiffari coi cretini”. Si precipitò sul posto, e scoprì che il morto era proprio Riccardino.»

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