Cafè society – in scena il nuovo spettacolo di Giulia Conte

A volte, per trovare il coraggio di andare avanti nella vita, bisogna voltarsi indietro e ripartire da un passato, che sia personale o meno poco importa; a volte è necessario scendere giù in fondo per capire quanto sia importante risalire; a volte bisogna raschiare il barile per trovare il senso.
Questo è quello che ha fatto Giulia Conte con “CAFÈ SOCIETY – here’s to you George F.-”, l’ultima fatica dell’attrice, autrice e regista stabiese che si sta faticosamente e meritatamente guadagnando un posto di spicco nella lunga lista di artisti ai quali l’ammaliante ma complicata cittadina sul mare ha dato i natali.

Ma facciamolo questo passo indietro allora, per capire di chi si parla: un nutrito e serio curriculum alle spalle ha fatto da base alla svolta, maturata tra il 2016 e il 2017, che ha visto Giulia Conte protagonista non più solo sulla scena ma anche nelle vesti di autrice, regista e, non da ultimo, produttrice di lavori teatrali come “SIGNOR Ì – UNA STORIA QUASI D’AMORE”, un delicato, profondo monologo intimo, ovviamente tutto al femminile, scritto a quattro mani con Gerardo Sanvito e portato in scena in varie regioni d’Italia ed insignito di importanti riconoscimenti e che sarà, ve lo confidiamo in anteprima, oggetto di una prossima sorpresa di Giulia Conte la quale, anche durante la quarantena imposta dall’emergenza sanitaria in corso, non si è fermata, raccogliendo intorno a sè, in una associazione culturale, varie altre figure di professionisti accomunati dal desiderio di mantenere alto il livello della creatività artistica.

Con un repentino cambio di ambientazione e genere, nell’ambito dello Stabia Teatro Festival, Giulia Conte porta al debutto, ad aprile 2018, “CIVICO 11- BISCOTTI FATTI IN CASA” sempre scritto e diretto con Gerardo Sanvito. Sulla scena 5 attori che ripercorrono la macabra ed affascinante storia della prima serial killer italiana, Leonarda Cianciulli, meglio conosciuta come la “saponificatrice di Correggio”.
Nel giugno 2018, sempre all’interno della rassegna stabiese dedicata al grande autore Annibale Ruccello, porta in scena, con la compagnia che, man mano si va definendo, “MAMMA – PICCOLE TRAGEDIE MINIMALI” dello stesso Ruccello, seguendo le note di regia di Vanni Baiano, rappresentato anche a Roma, al cineteatro Laura, nel settembre 2019.

L’anno in corso si è aperto con quella che, da molti, è stata definita come una vera follia. Il 9 gennaio 2020, dopo mesi di un certosino lavoro preparatorio, arriva il successo de “IL POVERO PIERO”, piéce teatrale tratta dall’omonimo romanzo di Achille Campanile, riprendendo le note di regia di un altro regista teatrale stabiese, il compianto Alfonso Guadagni e sapientemente rielaborata dall’autrice che la arricchisce delle sfumature tipiche della lingua e cultura partenopea, rimescolando, però, ulteriormente le carte con un vero e geniale “coup de théatre”, inserendo nel cast la Povero Piero Band, formata da 6 musicisti di conclamata fama nazionale e oltre. La novità geniale di Giulia Conte consiste nel fatto che la band è posizionata, con uno stratagemma scenografico, sul palcoscenico insieme agli attori con i quali interagirà in simpatici siparietti durante la rappresentazione. L’esperienza è stata di forte impatto, gratificante dal punto di vista della risposta del pubblico, accorso numeroso a tutte le 4 repliche che si sono susseguite al Teatro Supercinema di Castellammare, in realtà ne era prevista anche una quinta, bloccata poi dalla quarantena. La colonna sonora, con musiche e testi originali, composti per l’occasione, ha dato vita anche ad un progetto musicale, sempre prodotto da Giulia Conte, capitanato da Salvatore Torregrossa e sfociato poi nella realizzazione di un cd dedicato.

E siamo ritornati al punto di partenza e al motivo di questo articolo che, nella sua interezza, non vuole essere veicolo di piaggeria o di superficiali e generaliste conclusioni. A Castellammare crediamo sia giunto il momento di mettere i cosiddetti “puntini sulle i” e accreditare i dovuti riconoscimenti a quanti, con autentica passione e professionalità, lavorano, tra mille difficoltà, per la realizzazione di prodotti artistici che travalicano i confini locali e che andrebbero supportati e valorizzati a beneficio della crescita culturale dell’intera comunità, ciò che dovrebbe essere tra le priorità degli amministratori addetti al settore.
Giulia Conte è uno fra questi e, insieme al gruppo di supporto dell’associazione culturale Alegrìa di cui è Presidente, sta per partire con un’altra scommessa, come dicevamo all’inizio.
Il 18 luglio alle ore 21, al Teatro del Centro Pastorale S. Maria Rosanova di Sant’Antonio Abate troveremo una macchina del tempo che ci trasporterà al CAFE SOCIETY di Harlem per vivere emozioni ancora più forti con musica e parole, ancora una volta insieme, ad alternarsi, fondersi e creare vere e proprie magie. Quelle magie che sono diventate leggende, un viaggio tra quattro miti del blues e jazz americani a partire dagli anni ’30, a partire da nomi come Robert Leroy Johnson che forse pochi tra voi ricorderanno o riconosceranno, eppure è una delle massime leggende del Blues, un cantautore chitarrista la cui musica è stata la base della formazione di nomi come Bob Dylan, Eric Clapton, Jimi Hendrix, i Rolling Stones e Led Zeppelin. Il genio maledetto di Crossroads e Sweet Home Chicago, uno di cui si dice che “se Eric Clapton è il Dio, Robert Johnson è il Diavolo” … e il diavolo, si racconta, lui stesso racconta, sembra lo abbia incontrato per davvero e ci abbia pure fatto un patto, non a caso è anche il primo della lista del famoso Club dei 27… volete saperne di più vero?
Non avrete il tempo di riprendervi dalle emozioni di una storia che sarete subito assorbiti dalla successiva … Chet Baker, l’unico bianco del quartetto, la sua voce è una carezza dell’anima, fragile e commovente, dal romanticismo spietato, Baker è il trombettista cantante Re del Cool jazz, il jazz dei bianchi, la voce bianca di rottura in un periodo in cui probabilmente i jazzisti bianchi erano davvero pochi ma anch’egli è un genio maledetto, la sua è una storia di fughe, di droghe, di galera …
Billie Holiday, Lady Day, la voce calda di una delle più grandi cantanti jazz e blues, che passa al bordello di Harlem all’olimpo del jazz senza mai perdere la connotazione principale che l’ha accompagnata sin da piccola, lei è una “colored”, una di colore e pertanto da tale viene sempre trattata. Troverà il modo di dire la sua. La dirà e ne pagherà le amare conseguenze, la dirà in una canzone che qualcuno ha definito “novella Marsigliese” della rabbia degli sfruttati negli stati del Sud, ma la canzone chi l’ha scritta? Un afroamericano penserete voi … no! La canzone in realtà è una poesia, composta da un ebreo newyorkese e comunista, Abel Meeropol, parla di strani raccolti, Strange fruit, parla degli assassini dei negri per mano dei bianchi. Ma vi rendete conto della magia di questa combinazione? Un ebreo comunista che scrive un testo di denuncia delle crudeltà razziste … chissà se avrebbe mai potuto immaginare Meeropol quali e quanti frutti amari avrebbe ancora visto la sua di gente da li a pochi anni.
Nina Simone è l’ultima del gruppo, la più longeva, quella che ha attraversato più di una epoca, ha brillato, è scomparsa ed è ricomparsa negli anni ’80. La sua è la voce della protesta per eccellenza ma è anche l’altra faccia della medaglia, una voce scomoda, violenta, una donna con problematiche profonde, una che ad un certo punto ha preso una pistola e si è messa a sparare sulla folla, perché non siamo tutti uguali, non siamo tutti buoni e non dobbiamo avere remore a mostrare anche il lato cattivo delle persone, perché c’è, esiste.
La stesura finale di CAFÈ SOCIETY arriva in un periodo in cui la problematica razziale negli USA raggiunge uno dei suoi ciclici momenti di alta tensione, lo spettacolo reca quindi un sottotitolo che è una dedica – here’s to tou George F. – ancora una volta, quindi, la musica diventa il tramite per affermare che noi non ci stiamo a certe cose, che non siamo tutti uguali e che il fatto che vi siano delle diversità non deve permettere a chi si sente dalla parte del più forte, di perpetrare gesti come quello che ha portato alla morte di George Floyd, che è solo l’ultima vittima della serie di sacrifici umani imposti dai bianchi a danno dei neri da secoli.                      Giusy Somma

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