Il fallimento degli Stati generali e una rivoluzione politica mai avvenuta

Gli stati generali sono finiti senza infamia e senza lodi, in verità gran parte degli italiani non hanno neanche ben afferrato il senso di questa iniziativa. Certo, dare un nome del genere ad un incontro con le classi sociali, sindacati, istituzioni internazionali e altri attori politico-economici non è stato certo un esercizio che ha aiutato.

Nella storia moderna, “stati generali” è un nome ingombrante. Riporta le lancette del mondo al 1789, quando luigi XVI convocò – dopo più di 170 anni – l’assemblea formata dalle tre classi sociali francese per “risolvere” la grave crisi sociale ed economica, ovvero dare una legittimazione politica e una copertura da parte della classe dirigente alle nuove tasse che stavano per abbattersi sui suoi sudditi.

Quegli stati generali furono l’anticamera di un fatto eccezionale, dagli stati generali partì la miccia che cambiò il pensiero politico del mondo, partì quel moto rivoluzionario che porta il nome di Rivoluzione francese, da lì scaturì la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. In quegli stati generali si pose la prima pietra per la cultura giuridica costituzionale che oggi è patrimonio delle carte costituzionali europee.

Gli stati generali di Conte sono stati ben poca roba, sono stati dettati dal protagonismo di un Presidente del Consiglio dei Ministri che prova a suonare la carica e intestarsi la leadership di un campo politico ormai allo sbando. Con un M5s che è in piena guerra di bande, tra abbandoni, picconate del sempre verde Dibba e spifferi che corrono da tutte le parti, per una forza politica che ormai è diventata un colabrodo. Per il PD invece le guerre tra fazioni ormai sono la regola e mentre i sondaggi lo inchiodano -ormai da mesi – sul 20%, ci sono già i primi mal di pancia pronti a chiedere la testa del segretario.

In tutto questo le forze politiche sono intente a preparare le liste alle regionali, con problemi evidenti di un campo politico che è frantumato in tutte le regioni, i maggiori azionisti di Governo – 5 stelle e PD – sembrano destinati ad andare contrapposti in tutte le regioni, con l’esclusione (forse) della Liguria. C’è poi la grana Italia Viva che si candida contro i due schieramenti in Puglia e molto probabilmente anche in Liguria e Veneto, sullo sfondo c’è la sinistra radicale che in Toscana ed in Campania fa la corsa in solitaria.

Insomma, un quadro non confortate, ma se Atene piange, Sparta non ride perché se la coalizione di Governo si frantuma sui territori, il centro destra trova la quadra su tutti i candidati, salvo poi aprire guerre interne un minuto dopo con Zaia che apre un fronte polemico contro fratelli d’Italia sull’autonomia differenziata e Salvini  che – dopo aver ingoiato i bocconi amari di Caldoro e Fitto – fa polemica sulle liste di Forza Italia in Campania.

Un quadro magmatico e frantumato, dove il Presidente Conte prova ad inserirsi e a fortificare la sua leadership con gli stati generali che si concludono con l’annuncio di un taglio dell’IVA che pare figlio di nessuno. Sullo sfondo resta una crisi sanitaria che non è ancora superata, un Governo che perde pezzi in Senato, un potere di ricatto di Renzi sempre più alto, l’establishment che tira fuori ancora una volta il governissimo di Mario Draghi e la delegittimazione di un Presidente del Consiglio ormai logorato come istituzione, in un paese abituato da troppo tempo all’uomo forte che elegge a suffragio universale diretto – da ormai quasi 30 anni – Sindaci e Presidenti delle giunte regionali.

Più che gli stati generali dell’economia servirebbero gli stati generali della politica, non come passerella di autolegittimazione, ma come apripista di una rivoluzione politica che è iniziata del 94 e che si è avvitata su sé stessa, portando ad un involuzione del sistema partitico, ad un impoverimento culturale della classe politica e allo sbando dei cittadini

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Vittorio Crispino

Nato a Torre del Greco. Laurea magistrale in Scienze della Politica presso l'Università "La Sapienza".

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