Orbán “chiude” la democrazia: un colpo di Stato senza Mojito

All’alba degli anni ’20 del terzo millennio, nessuno avrebbe mai immaginato che, in appena tre mesi, il mondo si sarebbe ritrovato immerso in una pandemia che, traslando dalla Cina, è arrivata praticamente in tutto il mondo.

Invece siamo qui. Una grossa fetta degli abitanti del pianeta ormai ha dovuto recludersi in casa e vedere arretrare sempre di più le proprie libertà personali per tutelare l’incolumità pubblica. È questo il caso che, nel bilanciamento dei diritti che sono riconosciuti agli uomini, anche dagli Stati più avanzati dal punto di vista democratico, il diritto alla sanità comprime, fino quasi a ridurre a zero tutti gli altri.

È questo il quadro che i vari Governi hanno dovuto intraprendere, grazie ai mezzi messi a disposizione dei propri ordinamenti, misure di emergenza, stati di necessità, poteri speciali e avocazioni di potere. Nell’immensa casistica dei circa 180 Stati presenti sul globo, tra regimi più o meno democratici, autoritari o meno, quello che ha fatto certamente discutere è stato il caso Ungheria.

Viktor Orbán, Primo ministro dal 2010 e Presidente del Fidesz – Unione Civica Ungherese, come già altre volte, ha dimostrato la sua scarsa propensione al dialogo e al costituzionalismo democratico. Il “capo” ungherese non ha perso tempo, cogliendo la palla al balzo del Covid-19 e mettendo in piedi un colpo di stato “bianco” senza spargimento di sangue, né rivoluzionando il regime costituzionale in essere.

È così che, in forza dell’articolo 53 della costituzione ungherese, il Governo ha decretato lo “stato di pericolo”.

Lo scorso 30 marzo Orbán ottiene i “pieni poteri” e chiude il Parlamento

Il tutto va in scena il 30 marzo quando l’Ungheria, per fortuna, non contava il numero di morti che si registravano in altre parti d’Europa, Italia e Spagna su tutte. Capita, dunque, che l’aula parlamentare ungherese, tra gli applausi della maggioranza e le denunce dell’opposizione, si compiace per aver chiuso a tempo indeterminato sé stessa.

Infatti, la votazione vede con 137 voti a favore, 53 contrari e 9 astensioni l’approvazione di quei “pieni poteri” che nel Bel Paese furono chiesti all’ombra dei un sole d’agosto, sorseggiando un Mojito, da un certo Matteo Salvini.

A nulla sono valsi i tentativi di scongiuro dell’opposizione, che era disposta a votare lo stato di pericolo al Premier ungherese a patto che questi ponesse un termine di 90 giorni allo stato eccezionale. Orbán ha tirato dritto e, grazie alla legge approvata lo scorso 30 marzo ed al Parlamento chiuso a tempo indeterminato, potrà governare per decreti fino a tempo indeterminato. Infatti, lo stato eccezionale potrà essere revocato solo dal Governo, a cui è anche affidato il potere di decidere chi diffonde e divulga fake news, con pena di reclusione pari a 5 anni.

Insomma, in Ungheria i rappresentanti del popolo hanno fatto un passo indietro, mentre la libertà di stampa è stata cancellata con un tratto di penna. Tutto questo con la sospensione delle elezioni per tutto il periodo in cui i poteri straordinari sono conferiti nelle mani del Governo.

Viktor Orban ha così compiuto un altro passo verso un regime autoritario, travestito da democrazia, dove sempre più diritti vengono cancellati e dove i principi che reggono l’Unione Europea vengono calpestati.

Ma la ferita più grande è vedere un Parlamento che esulta dopo aver chiuso sé stesso, dopo aver limitato il suo potere di controllo, dopo aver rinunciato ad ogni sua prerogativa di rappresentanza della nazione. Un Parlamento che decide di abdicare al proprio compito è un Parlamento che è contro il popolo che lo ha eletto e non svolge un servizio alla propria nazione.

Intanto, chi ha a cuore le sorti della democrazia spera che l’Europa, prima o poi, batta un colpo.

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Vittorio Crispino

Nato a Torre del Greco. Laurea magistrale in Scienze della Politica presso l'Università "La Sapienza".

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