Stato d’emergenza, nessun dramma: giusta scelta cautelativa

A seguito dei passaggi del Governo sia alla Camera dei Deputati che al Senato della Repubblica, il Consiglio dei Ministri ha prorogato lo stato d’emergenza fino al prossimo 15 ottobre.

Dure sono state le polemiche da parte dell’opposizione nelle aule parlamentari, con Giorgia Meloni che ha dato il meglio di sé, con un intervento che è diventato subito virale, non per la caratura del pensiero politico, bensì per i toni da stadio e la postura da indemoniata.

Ma al netto delle forze di opposizione che, tra negazionismo, la posizione traballante sulle mascherine e il voler riaprire tutto già ad aprile, non hanno dimostrato di essere per nulla responsabili, cosa cambia realmente con lo stato d’emergenza prorogato?

In realtà proprio nulla, ovvero tutto resta com’è con la possibilità del Governo di intervenire in maniera celere in quei territori e in quelle circostanze dove più è necessario, con la possibilità per la protezione civile di continuare il lavoro – che agli occhi dei più è invisibile – per rendere la risposta dello stato efficace ed efficiente. Dunque, per ora non ci sono lockdown all’orizzonte, l’epidemia l’abbiamo rallentata, portata ai minimi termini ma non ancora del tutto bloccata.

Il nocciolo del dibattito, però, dovrebbe essere un altro. Lo stato d’emergenza in Italia si regge su una legge ordinaria, la legge 24 febbraio 1992 n. 225, che prevede che lo stato d’emergenza sia deliberato dal CDM su proposta del Presidente del Consiglio. Un po’ pochino nel 2020. Quando questa legge è stata approvata il mondo era diverso, la democrazia italiana ancora doveva vivere il terremoto che ha spazzato via la prima Repubblica ed il Governo aveva un potere decisionale davvero esiguo rispetto ad oggi. Era il tempo del parlamentarismo spinto, dove per il Governo ogni passaggio parlamentare era disseminato di trappole, dove il decisionismo del Presidente del Consiglio dei Ministri era nettamente inferiore ad oggi. Era l’Italia che ancora non aveva vissuto la “presidenzializzazione” del sistema a poteri costituzionali invariati.

Ed è per questo che oggi questa legge risulta debole dal punto di vista del controllo parlamentare e dunque la maggioranza ha provato ad arginare questo vulnus e a riportare il tutto in una cornice di legittimità democratica (quella legale non è in discussione). Infatti, nella risoluzione per la proroga dello stato d’emergenza – atto d’indirizzo che impegna il Governo – , ha chiesto che siano limitati al massimo l’uso dei DPCM che altro non sono che atti amministrativi che sfuggono al controllo del parlamento – che detiene il potere legislativo, la rappresentanza della nazione ed è contrappeso istituzionale del Governo –  e che invece sia utilizzato lo strumento del Decreto Legge nei casi in cui bisognerà intervenire in maniera rapida nei prossimi mesi.

Il Parlamento, così facendo, si pone da garante dei diritti fondamentali costituzionalmente rilevanti, quantomeno dal punto di vista della legittimazione democratica per quanto concerne gli atti (futuri e incerti) che limiteranno le libertà fondamentali per garantire la sicurezza sanitaria della nazione. Infatti, a differenza dei DPCM i decreti-legge sono atti primari, ovvero atti avente lo stesso livello gerarchico della legge e per questo necessitano – per essere convertiti in legge – un controllo ex post da parte del potere legislativo.

Non è un dramma la proroga dello stato d’emergenza, anzi grazie alle due risoluzioni del Parlamento siamo tutti più tutelati, il dramma vero sarebbe un futuro lockdown e la proroga dell’emergenza serve proprio ad evitare tutto questo.

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Vittorio Crispino

Nato a Torre del Greco. Laurea magistrale in Scienze della Politica presso l'Università "La Sapienza".

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