‘A TAVERNA D’’E ZOCCOLE

di Emilio Vittozzi

Nel giorno in cui la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Emilio (28 maggio), in Vico Lungo Gelso al n.96 ‘ncopp ‘e Quartieri Spagnoli a Napoli, è stata inaugurata l’Osteria di mare “’a Taverna d’’e Zoccole”.
Nel dedalo di viuzze, dove non batte il sole, che caratterizzano uno dei “teatri a cielo aperto” più famosi della città, e precisamente a pochissimi metri dalla centralissima Via Toledo, è sorta una locanda il cui nome ha origini lontane e racchiude in sé storia ed usanze del 1500 legate ad una realtà nascosta ma, all’epoca, tanto radicata come quella delle “case del piacere”.
“Proprio dove nasce l’osteria c’era un boschetto di gelsi entro il quale le prostitute della zona amavano ripararsi e dedicarsi alla loro attività, diurna e notturna…” così mi spiega Aldo Civale, per molti “il Professore”, per altri “’o Barone”, Uomo di Cultura, sommelier, ideatore della trattoria. “Si racconta, infatti, che queste povere donne, in assenza di illuminazione, erano solite portare ai piedi degli zoccoli di legno, con i quali potevano far rumore, allontanare i numerosissimi topi che abitavano questi viottoli ed attirare l’attenzione di eventuali clienti. Per questo motivo venivano chiamatele “zucculelle”: il nome dato all’osteria, quindi, ripercorre la storia e la genesi di questi luoghi, diventati, oramai, la Montmartre di Napoli.”.
E’ un Aldo Civale “anfitrione” che parla con cognizione di causa e passione malcelata: “Emì, il menù non è mai lo stesso ma cambia in base al “pescato” del giorno… I prodotti, infatti, sono freschissimi, belli da vedere, ottimi da gustare…”.
Intanto l’efficiente Chef Antonio Falanga e la solare Chef Patrizia Bonetti sono in piena attività lavorativa, la sorridente Alessia accoglie i clienti in una sala chiusa o in quella aperta: il tutto per una cucina legata al mare, robusta ed appetitosa.
Il signorile Aldo Civale gira per i tavoli, a parlare con i commensali, a consigliarli, a “coccolarli”: infatti mi suggerisce, dopo una tazzina di “brodo ‘e purpo” con tarallo napoletano a mò di “benvenuto”, una fritturina di alici, calamarelle, jammaro (non unta, bollente, delicatissima), un pacchero con pescatrice, una linguina con alici, peperoncino verde, mentuccia e pecorino, crostata all’amarena e crema, il tutto accompagnato da una brocca di fredda malvasia con percoche.
Il tempo passa veloce anche grazie alla bontà di quanto messo a tavola. Siamo a pochi metri dalla frequentatissima Stazione di Toledo della Linea 1 eppure non si odono i rumori fastidiosi della folla.
Domando al mio garbato interlocutore: “Aldo, nelle librerie di tutt’Italia, oramai sono tantissimi i libri scritti da chef, più o meno famosi: a quando un libro firmato da Aldo Civale?”.
Risposta con sorriso: “Emì, non ci penso proprio. Io sono un sommelier, ma, soprattutto, un sognatore amante del bello e della buona cucina…”.
“Pandemia vuol dire tante cose, personali e collettive, fra cui “crisi economica”… “’A Taverna d’’e Zoccole” è una pazza scommessa?”.
“Emì, è proprio un azzardo! Ho rilevato questo locale che aveva avuto vita breve e l’ho fatto durante questo drammatico periodo come atto di coraggio…”.
“Quando si intraprende un’attività commerciale come ci si sente?”.
“E’ la adrenalina pura dell’imprenditore…”.
Nel frattempo clienti entrano, mangiano, vanno via in un’attività senza frenesia ma curata in ogni particolare da una equipe di categoria. I sorrisi a tavola, dopo ogni portata, abbondano per uomini e donne che, molto probabilmente, se possibile, ritorneranno a sedersi qui, in quest’accogliente e luminoso locale, e gustare la cucina di Antonio e Patrizia, autentici “sovrani” de “’A taverna d’’e zoccole”.
Lunga vita a questa locanda che punta al cuore e allo stomaco del cliente!

EMILIO VITTOZZI

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